La storia del tabacco
Roberto Pizzi.
Tutte le civiltà – come ha scritto lo storico francese Fernand Braudel – hanno avuto bisogno di lussi alimentari e di una serie di stimolanti, di droghe: i secoli XII e XIII, conobbero la mania delle spezie e del pepe; il secolo XVI, il primo alcool; poi il tè, il caffè, il cioccolato e quindi il tabacco. Nuovi lussi e nuove droghe caratterizzeranno anche drammaticamente i secoli XIX e XX, quasi che con il crescere, o almeno il perdurare di gravissime difficoltà alimentari (o esistenziali), l’umanità abbia sempre avuto bisogno di compensi, come una costante regola della vita. Il tabacco, originario del Nuovo Mondo, costituisce uno di questi compensi. Scoperto da Cristoforo Colombo, entrato in contatto con gli indigeni dell’arcipelago caraibico, adusi a fumarne le foglie in lunghi tubi chiamati tobago (da cui deriverebbe il nome della pianta), venne ben presto importato in Europa, destinato, agli inizi, a rappresentare una rarità negli orti botanici, oppure ad essere conosciuto per le virtù medicinali attribuitele. Fra il XVI secolo e il XVIII si diffonderà in tutto il mondo, con una fortuna ancora maggiore di quella del tè o del caffè. Il diplomatico francese Jean Nicot introdusse in Francia l’uso di questa pianta, inviando a Caterina de’ Medici un poco di polvere ricavata dalla stessa, da usare, come fanno i portoghesi, contro l’emicrania. Dal suo nome nascerà il termine “nicotina”, sostanza contenuta nelle foglie di tabacco e quello di “Nicotiana” che definisce il genere a cui appartiene la pianta. In Inghilterra, la diffusione del tabacco fu dovuta agli esploratori britannici Francis Drake e Walter Raleigh. La pianta, coltivata in Spagna fin dal 1558, si diffonde in Francia, Inghilterra, in Italia, nei Balcani, in Russia, poi nel 1575 è nelle Filippine e nel 1588 inVirginia, poi in Cina e India, dimostrando di possedere una grande possibilità di adattamento ai climi e ai terreni più diversi, permettendo, inoltre, raccolti abbondanti anche sui piccoli appezzamenti. Utilizzato principalmente per il fiuto, verrà confezionato in polvere, con l’aggiunta di muschio, ambra, bergamotto, fiori d’arancio, e, secondo la moda del tempo, vi sarà il tabacco alla “maniera di Spagna”, a “odore di Malta”, o “a odore di Roma”, per il sommo gusto delle dame illustri, impegnate a “fiutarlo” non meno dei gran signori. Altri due saranno i modi di impiego, la masticazione e, maggiormente, il fumo con la pipa e con i sigari e più tardi ancora con le sigarette, che compariranno probabilmente in America, agli inizi del 1700, ma che saranno diffuse a partire dalla Spagna, durante le guerre napoleoniche, con le foglie trinciate che venivano avvolte in un piccolo pezzo di carta chiamato papelito.
Il tabacco lucchese
Il tabacco fece ingresso a Lucca alla metà del XVII secolo, prima del caffè, distribuito in polvere e in foglie dal milanese Silvestro Marselli, che divenne il primo appaltatore di quel genere coloniale nel 1649. Il tabacco da fiuto ebbe maggior diffusione, rispetto a quello da fumo, poiché secondo i canoni dell’aristocrazia, fumare la pipa era disdicevole e volgare, mentre elegante era l’uso del fiuto, particolarmente di quella “polvere di Siviglia”, o del “varinas”, o della qualità olandese detta “pipì” che le dame alla moda spizzicavano usando appositi guanti di seta con piccoli occhielli orlati al pollice e all’indice. Anche tra il clero si diffuse l’uso del tabacco, tanto che lo stato lucchese dovette concedere ad alcuni religiosi il permesso di coltivare la pianta preziosa e la franchigia dalle imposte (agli altri negati). Addirittura, quando Maria Luisa di Borbone cercò di vietarne la produzione, le proteste più vibranti che fecero recedere la duchessa dal suo zelo furono quelle dei frati mendicanti, ormai avvezzi a ricavare dai loro orti la materia prima per i consumi personali. Fonte di buone entrate per lo stato, il commercio del tabacco fu impostato sul sistema dell’appalto, con graduale accrescimento dei canoni per gli appaltatori. Tuttavia, alla fine del 1700 si cominciò a pensare di sfruttare meglio il settore, facendo assumere direttamente la gestione al Governo, che nel 1797 fondò una nuova azienda dotata di due laboratori, uno a Porta S. Pietro e uno a S. Pietro a Vico, con i magazzini nella zona detta della “Rosa” e la distribuzione in via Calderia. Nel 1801, però, l’attività fu privatizzata ed affidata a Francesco Saverio Petri, unico finanziere di rilevo nella città. Nel 1809 la manifattura divenne monopolio fiscale dell’impero francese, finché nel 1814, alla caduta di Napoleone, l’azienda ritornò sotto il controllo dello stato cittadino che utilizzò, per la lavorazione del tabacco, i fabbricati di Cittadella, dove erano i vecchi mulini dell’Uffizio dell’Abbondanza.
Nel 1815 si ha l’insediamento della Manifattura nell’area della Cittadella, presso l’ex convento di San Domenico (inglobato nella fabbrica nel 1892).
I gusti, nel frattempo, erano variati a favore del tabacco da fumo che ebbe allora la sua rivincita grazie ai sigari, rimasti sconosciuti per tutto il Settecento, la cui produzione iniziò nel 1820 per poi svilupparsi rapidamente. Negli anni quaranta la manifattura tabacchi lucchese occupava circa 1000 operai, coprendo una quota di mercato molto elevata nell’Italia preunitaria, andando sempre più a qualificarsi, fino a diventare una delle più importanti aziende del settore nazionale.
Dal 1861 era una delle quattro Manifatture attive in Toscana. Nel 1865 la Regia Azienda per la Manifattura dei Tabacchi entrò nella sfera di controllo del Ministero delle Finanze. In quel periodo la produzione annua era approssimativamente di 300 quintali di sigari, 139 di polveri e 65 di trinciato. Il confezionamento dei celebri Sigari Toscani, come quasi tutto il processo produttivo, avveniva a mano. Nel 1898 la produzione, fra sigari, tabacchi da fiuto, trinciati, ammontava a circa 1.785 tonnellate.
Il personale, nel 1899, raggiungeva le 1700 unità (operai giornalieri, cottimisti, per lo più donne; agenti subalterni, impiegati).





