Svizzera, il disgelo tra Usa e Iran dopo la notte più lunga
Ariel Piccini Warschauer.
C’è voluto il silenzio delle montagne del Cantone di Nidvaldo, a picco sul lago di Lucerna, per costringere Washington e Teheran a guardarsi negli occhi. La prima giornata di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran si chiude con una dichiarazione congiunta che parla di “atmosfera positiva e costruttiva”. Un mezzo miracolo diplomatico, se si pensa che solo poche ore prima l’intero tavolo era sul punto di saltare, schiacciato dai fantasmi di un’escalation militare nello Stretto di Hormuz e dalle minacce, rimbalzate da Washington, di nuovi raid americani.
Il documento finale, mediato con un lavoro di sminamento diplomatico da Qatar e Pakistan, fissa due punti di svolta. Il primo è l’istituzione di un “Alto Comitato” di supervisione politica che avrà il compito di redigere una roadmap vincolante per un accordo definitivo entro 60 giorni. Il secondo, forse il più urgente per i fragili equilibri sul terreno, è la creazione di una “cellula di deconflitto” pensata specificamente per garantire il termine delle operazioni militari israeliane in Libano.
Ma la strada per arrivare a questo primo e parziale successo è stata tortuosa, segnata dai passi felpati della diplomazia e dai gesti plateali della protesta.
Domenica sera, la rottura sembrava a un passo. La delegazione iraniana ha abbandonato i colloqui in aperta polemica con il presidente Donald Trump, che aveva vincolato i negoziati alla riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, pena la ripresa dei raid aerei. Il gelo politico si è tradotto in una rigida postura cerimoniale: gli iraniani hanno rifiutato categoricamente la foto di gruppo con gli americani, e lo Speaker del Parlamento di Teheran, Mohammad-Bagher Ghalibaf, si è rifiutato persino di entrare nella sala della conferenza stampa.
A ricucire lo strappo ci hanno pensato i mediatori. Il Primo Ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha aperto i lavori blindando politicamente l’iniziativa e ringraziando la “visione attiva” di Trump, evocando “una grande giornata che guiderà verso la pace mondiale”.
Subito dopo, è toccato al Vicepresidente americano JD Vance vestire i panni del negoziatore pragmatico. Vance ha incassato l’eredità politica della Casa Bianca – “Il Presidente ci ha chiesto di voltare pagina” – ma ha anche teso una mano insolita a Teheran, parlando di un futuro in cui “l’Iran e il Golfo, per anni in guerra, possano lavorare insieme per la prosperità del Medio Oriente”.
Resta da capire quanto la rigidità ideologica della Repubblica Islamica saprà piegarsi alle necessità di un accordo a tappe, e quanto la Casa Bianca saprà frenare le sue stesse pulsioni muscolari nei prossimi due mesi. “Questo è solo l’inizio”, ha ammonito gelido il premier e ministro degli Esteri del Qatar, Muhammad bin Abdulrahman Al Thani. A Bürgenstock la tregua tiene, ma il cronometro dei 60 giorni ha già iniziato a correre.





