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Se Washington rinuncia alla forza, la vittoria dei pasdaran nella guerra post-eroica

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un convitato di pietra nel dibattito sulla risoluzione – parziale e dai contorni sfumati – della crisi tra Washington e Teheran. Un fattore sistematicamente eluso sia dai critici che dai sostenitori dell’approccio di Donald Trump, ma che rappresenta lo snodo cruciale dell’intero conflitto. L’epilogo di quello che potrebbe essere ricordato come l’ultimo scontro frontale nel Golfo non ha mietuto vittime tra i civili, bensì ha colpito direttamente i vertici del potere iraniano. I raid chirurgici del 28 febbraio 2026 hanno decimato la catena di comando: dal leader supremo Ali Khamenei al capo dello Stato maggiore Mohammad Bagheri, fino al ministro dell’Intelligence e a Mojtaba Khamenei, il figlio dell’Ayatollah, la cui leadership – peraltro non ereditaria – è svanita nel nulla dopo il bombardamento.

La reazione di Teheran si è affidata a una pioggia di missili balistici obsoleti e imprecisi. Dei 1.471 vettori lanciati fino al 20 aprile, la traiettoria fotografa una furia geopolitica cieca: 650 diretti contro Israele, ma ben 563 caduti negli Emirati Arabi Uniti, 265 in Kuwait, 215 in Qatar, 194 in Bahrein (sede strategica della Marina Usa) e 135 contro l’Arabia Saudita. Un attacco disordinato che ha mostrato il contrasto stridente con la precisione chirurgica occidentale, capace di sventrare i depositi sotterranei e i siti di miscelazione missilistica iraniani. Infrastrutture costate miliardi a Teheran, sottratti per anni ai servizi primari come l’acqua e l’energia elettrica, costringendo la popolazione a respirare i fumi tossici del mazout pur di non congelare durante l’inverno.

Il paradosso di Luttwak: l’isteria delle “truppe sul campo”

Alle soglie della scorsa primavera, il regime iraniano si trovava sull’orlo del collasso strutturale. Eppure, l’esito del conflitto ha capovolto i rapporti di forza, decretando la sopravvivenza della teocrazia. La tesi sollevata dall’analisi di Edward N. Luttwak mette a nudo l’errore strategico della Casa Bianca. Come accadde a Berlino nel 1945 con le SS dopo la fine di Hitler, la decapitazione dei vertici del 28 febbraio ha spinto i pasdaran sopravvissuti a prendere il controllo totale di Teheran, schiacciando sul nascere ogni ipotesi di resa o transizione.

Tuttavia, a differenza del 1945, nessuna truppa di terra stava marciando sulla capitale iraniana. Un’operazione di invasione non era mai stata pianificata, né sarebbe stata sostenibile senza scatenare una logorante guerriglia urbana. L’errore fatale di Washington risiede nell’essere caduta vittima di un’isteria preventiva: il timore, cavalcato dai circoli isolazionisti e dall’entourage della vicepresidenza, di un massiccio impiego di “boots on the ground”. Questa paura astratta ha paralizzato decisioni concrete e limitate che avrebbero potuto cambiare il corso della crisi.

Il blocco del Golfo e lo scudo mancato

La vera partita non si giocava a Teheran, ma lungo le rotte marittime del Golfo Persico. La risposta prevedibile delle Guardie della Rivoluzione ai bombardamenti è stata il tentativo di strangolare il transito petrolifero globale. Non potendo competere in mare aperto, i pasdaran hanno utilizzato dhow tradizionali, pescherecci e missili anticarro per seminare mine e minacciare le navi mercantili, provocando il blocco delle coperture assicurative e scuotendo l’economia mondiale.

È in questo scenario che il mancato impiego dei contingenti americani già dispiegati nella regione – circa 3.000 paracadutisti dell’82esima divisione aviotrasportata e 5.000 marines – ha mostrato il fianco occidentale. Queste forze, supportate dalla copertura aerea tattica, non avrebbero dovuto invadere l’Iran, ma presidiare temporaneamente le isole disabitate e i tratti costieri deserti del Golfo. Un’azione rapida e a basso rischio, sufficiente a mettere in sicurezza i canali navigabili, proteggere l’export dei paesi alleati (dall’Iraq al Kuwait, fino ai sauditi) e azzerare i proventi energetici di Teheran bloccando i terminal di Kharg, Qeshm e Jask.

La sindrome del consenso e il declino della deterrenza

Perché, dunque, Washington ha rinunciato a esercitare la propria superiorità tattica? La risposta risiede nella profonda asimmetria della tenuta politica interna tra le democrazie occidentali e gli attori regionali. Quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto il supporto di Trump, non immaginava di scontrarsi con i limiti di una superpotenza frenata dal calcolo elettorale. Al 28 febbraio 2026, Israele registrava 1.150 caduti dall’inizio del conflitto (proporzionalmente equivalenti a quasi 40.000 soldati americani). Eppure, mentre Netanyahu ha assorbito l’impatto politico senza crollare, alla Casa Bianca lo spettro di poche decine di bare avvolte nella bandiera avrebbe significato l’immediato avvio di una procedura di impeachment, sotto la pressione di proteste di massa da una costa all’altra degli Stati Uniti.

Il bilancio finale di questa guerra non guerreggiata a terra descrive un paradosso geopolitico. Un regime isolato, economicamente al collasso e militarmente arretrato è riuscito a rivendicare una vittoria strategica. Di contro, la scelta della Casa Bianca rischia di segnare un precedente pericoloso: una superpotenza che non può permettersi di rischiare i propri soldati sul campo, nemmeno a fronte di immensi vantaggi strategici, vede la propria capacità di deterrenza ridotta ai minimi termini, declassando di fatto la propria postura globale.

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