#CULTURA #TOSCANA

Storiche botteghe di caffè a Lucca

Roberto Pizzi.

Fra le botteghe lucchesi che sono passate alla storia  abbiamo già scritto del mitico caffè Caselli di via Fillungo che, mutatis mutandis, ha rappresentato ciò che a Pisa è stato “il caffè dell’Ussaro”,  a Firenze  “Le Giubbe Rosse, od altri ancora nelle varie città toscane. Ma facciamo un passo indietro per ricordare cosa abbia significato nella nostra società questa bevanda, tratta probabilmente da una pianta dell’Etiopia (anche se alcuni hanno indicato la  Persia quale sua patria). Il caffè era giunto a Venezia nel 1615 e poi si era diffuso  a Londra e a  Parigi, dove si ricorda il “Procope”, locale dove lo si consumava, famoso in tutto il mondo ed ancora oggi esistente nel quartiere di Saint Germain.

Nel ‘700 un terzo della popolazione mondiale era potenzialmente consumatrice di quel caffè dalla cui produzione e commercializzazione traeva un forte impulso lo sviluppo del capitalismo moderno. Ma collegato a questa bevanda vi era qualcosa forse di molto più importante: la bottega dove esso veniva consumato –  il “Caffè” – sarebbe divenuto un luogo simbolo della nuova mentalità legata al concetto di modernità tipico dell’età dei Lumi. Il Caffè  diventava sinonimo di ritrovo dove si coagulavano  le energie che avrebbero prodotto una svolta dell’umanità; diventava occasione d’incontro delle “anime belle”, degli eleganti, degli intellettuali (ma anche degli oziosi e dei più poveri che non sapevano dove ripararsi). Era qui dove si formava il moderno concetto di opinione pubblica, dove circolavano le nuove idee, dove si leggevano le prime gazzette. Non è per caso che i fratelli Verri intitolassero il loro foglio illuminato “Il Caffè”, che nasceva con l’intento di essere capito, di non annoiare e di rispettare il principio di “pubblica utilità”. Ecco perché ricostruire la storia della presenza di questi “caffè” anche nelle nostre città non è pura accademia .

A Lucca, la prima bottega di cui si ha notizia è quella di Giuseppe Pucci, in piazza S. Giusto, del 1720, alla quale seguirono i due Caffè di Pellegrino e Tommaso Mallegni, in Via Veneto davanti al Palazzo Pretorio,   e in Canto d’Arco. A metà del ‘700 gli esercizi attivi erano una diecina, aggiungendosi, a quelli già citati, il Caffè Bastiano in Corte Sbarra, quello di Filippo Lorenzi nella Loggia dei Mercanti, il Caffè di Jacopo in piazza Cittadella, il Nannini in via Pozzotorelli, il  Bizzarrino in via Buia e quello di Piazza S. Maria Forisportam, presso la casa Fiorentini.  Nel secolo successivo, in via Fillungo, apriva il Caffè Buon Gusto, diventato poi ritrovo dei liberali lucchesi che trovavano accoglienza anche nell’altro locale dello svizzero Giovanni Luzi, aperto nel 1857 sempre in via Fillungo, davanti a Piazza S. Frediano, che prese il nome di Filarmonico, poi Fratellanza e infine Caffè Elvetico,  e nel Caffè della California, in piazza Scalpellini, luogo di maggiore  cospirazione,  dove scendeva in incognito anche la patriota Cleobulina Cotenna di Monte S. Quirico, indossando un abito nero da uomo,  chiamato allora alla “spagnuola”.

Intorno al 1840 un’altra famiglia di svizzeri che dette impulso in Lucchesia a queste attività commerciali fu quella dei Juon, che rilevarono il Caffè della Loggia. Il locale venne successivamente ristrutturato in modo radicale, consentendo il recupero di una clientela scelta che caratterizzerà l’esercizio per lungo tempo. La famiglia Juon fu assai intraprendente, acquistando anche l’attività  del Caffè delle Muratrasformato  in caffè chantant, e gestendo anche, negli anni che precedettero la I Guerra mondiale, il Caffè delle Giubbe Rosse di Firenze.

Ancora un altro svizzero, lo Scharplatz,  rilevava la gestione dell’ex caffè Bizzarrino di via Buia, ma ancora altre botteghe comparivano sulla piazza, alla fine del secolo ed a cavallo di quello nuovo. Il ‘900 sarebbe stato caratterizzato oltre che dal Caffè Caselli, dal Caffè Savoia frequentato dalla Lucca che contava economicamente; e da altri ancora dei quali ci limitiamo a citare il Caffè di Ferro, perché dotato di tavoli in ferro lavorato, con piani di marmo ; il Portorico, il Caffè Casali, da Silvio; tutti in un’epoca in cui  l’incubo del “Grande Fratello” non aleggiava su una società di  massa ormai villaggio planetario, nella quale la comunicazione si è espansa in un tutto simultaneo,dove non si è più in grado di approfondire il rapporto interpersonale.

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