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Carlo III negli Stati Uniti, un programma studiato per evitare attriti con Trump

Ariel Piccini Warshauer.

C’è qualcosa di strano e al contempo dí profondamente attuale nel prossimo sbarco di Sua Maestà Carlo III sulle sponde del Potomac. Immaginate la scena: da una parte il Re, l’essenza stessa della continuità, della prudenza istituzionale e di quella flemma che è l’armatura dei Windsor e delle élite britanniche; dall’altra l’inquilino della Casa Bianca, l’imprevedibile e lunatico Donald Trump, un uomo che tratta la diplomazia come un round di negoziazioni immobiliari a Manhattan in cui a vincere deve essere soltanto lui.

Tra il 27 e il 30 aprile prossimi, Washington si trasformerà nel set di un delicatissimo balletto diplomatico. I consiglieri di Buckingham Palace – quelle instancabili “formiche grigie” che tessono la tela della monarchia – hanno lavorato sei mesi per blindare il programma. L’obiettivo è chiaro: evitare che l’esuberanza del Presidente americano possa travolgere il decoro del Sovrano e della monarchia più potente al mondo. 

Il momento della verità avverrà nel cuore del potere americano: lo Studio Ovale. Ma scordatevi le telecamere, le luci della ribalta e le possibili gaffe in diretta mondiale. Niente “show” alla Zelensky, per intenderci. Carlo e Donald si ritroveranno soli, o quasi, davanti a una tazza di tè. Un colloquio privato, informale, lontano dagli sguardi indiscreti.

E qui c’è il tocco di classe, quel dettaglio che farebbe sorridere persino la defunta Regina Elisabetta: il Re siederà sotto il busto di Winston Churchill, riportato trionfalmente nello studio da Trump. Un simbolo potente, un ponte tra il passato glorioso della Special Relationship e un presente assai più turbolento.

Non lasciamoci ingannare dalle cortesie di facciata. Carlo arriva negli Stati Uniti in un momento di gelo tra Downing Street e la Casa Bianca. Le recenti e feroci critiche di Trump al Primo Ministro Keir Starmer sulla questione iraniana hanno lasciato il segno. Il Re, dunque, si trova nel ruolo che meglio gli si addice e che ha imparato dalla madre: quello del “Grande Ambasciatore”.

Mentre Trump dichiara ai quattro venti che Carlo è un “grande gentleman” – usando quell’iperbole che è il suo marchio di fabbrica – il Re si prepara a parlare al Congresso. Sarà un discorso di sostanza, dove Sua Maestà, con la consueta eleganza, dovrà ricordare che l’amicizia tra Londra e Washington è più grande di qualsiasi divergenza politica momentanea.

Ma dopo le luci di New York e le commemorazioni solenni per l’11 settembre, il Re si concederà una fuga necessaria. Volerà solo, senza Camilla, verso le Bermuda. Sarà la sua prima visita da Sovrano in un territorio d’oltremare. Un gesto simbolico per riaffermare che, nonostante le tempeste americane e i venti di guerra in Medio Oriente, la Corona resta il perno di un impero che non c’è più, ma che non smette di esercitare il suo soft power e tutto il suo fascino.

Riuscirà Carlo a mantenere la calma mentre il Tycoon prova a tirarlo per la giacca nelle sue battaglie elettorali? Se c’è una cosa che i settant’anni di attesa al trono hanno insegnato a questo Re, è la pazienza. E a Washington, ne avrà bisogno a secchi.

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