Tutte le strade portano a Trieste, fatti e indiscrezioni sulla calda estate dei banchieri
Il Quotidiano Nazionale parla di contrappasso nella vicenda che vede protagonista la Banca Monte dei Paschi di Siena. La cacciatrice è tornata a essere preda. Per anni il Monte dei Paschi è stato “la banca da salvare”. Poi, sotto la guida di Luigi Lovaglio, aveva invertito la rotta espugnando Mediobanca e accompagnando Alberto Nagel verso l’uscita. Ora, con un contrappasso quasi beffardo, Lovaglio è rimasto prigioniero della stessa gabbia normativa con cui un anno prima aveva paralizzato Piazzetta Cuccia. A disarmarlo è stato Carlo Messina Nemmeno il tempo di far metabolizzare al mercato la proposta di “aggregazione concordata” da oltre 50 miliardi spedita domenica da Giuseppe Castagna per conto di Banco Bpm, che il ceo di Intesa Sanpaolo ha calato il carico da undici: un’Opas volontaria totalitaria su Mps da 30,6 miliardi di euro. Un blitz chirurgico lanciato a mercati chiusi, liquidando la mossa del Banco Bpm come una lettera d’amore e rivendicando il disegno di costruire ”la Ubs italiana”.
Con la formalizzazione dell’offerta di Intesa è scattata la passivity rule prevista dall’articolo 104 del Tuf, che impedisce al cda di Montepaschi qualsiasi misura difensiva: impossibile siglare accordi alternativi o contromosse con Castagna senza l’ostica e preventiva convocazione dell’assemblea dei soci. È lo stesso meccanismo che il Monte aveva fatto scattare su Mediobanca all’inizio del 2025, lasciando Nagel impotente fino alla resa dei conti di settembre. Oggi tocca a Lovaglio, che deve rispondere a Banco Bpm ma non ha più alcuna autonomia decisionale. Il baricentro del potere si sposta dal board all’azionariato. Più che una semplice Opas, quella di Intesa appare come un’operazione di interdizione strategica. Dietro la mossa fulminea di Messina, infatti, si cela la volontà di neutralizzare sul nascere la possibilità che prendesse forma un’alternativa industriale concorrente e di erigere un argine domestico contro l’avanzata della finanza d’Oltralpe. Alle spalle di Banco Bpm c’è infatti il Crédit Agricole, primo socio forte del 22,9% e già autorizzato dalla Bce a salire al 29,9%, che aveva immediatamente e caldamente benedetto la mossa di Castagna. L’idea che un colosso francese potesse risalire indisturbato la filiera fino al cuore del risparmio italiano ha spinto Ca’ de Sass ad accelerare i tempi.
Per disinnescare preventivamente i complessi nodi legati all’Antitrust, Messina si è presentato con i compiti già fatti, siglando un accordo vincolante con l’Unipol di Carlo Cimbri: cederà una banca con il marchio Monte dei Paschi (circa 635 filiali e gran parte delle strutture centrali, per un controvalore di 3-3,5 miliardi) destinata a confluire in Bper. Un’architettura di sistema a trazione interamente tricolore che di fatto mette Mps fuori dai giochi come entità autonoma, smembrandone il perimetro commerciale.
Ma la vera, autentica preda di questo risiko miliardario non è Siena: è il controllo di Generali. Avendo conquistato Mediobanca, Mps possiede indirettamente il 13% circa del Leone di Trieste. Chi prende il Monte si prende Piazzetta Cuccia, e chi controlla Piazzetta Cuccia ha in mano la leva storica del primo gruppo assicurativo nazionale, custode di 800 miliardi di risparmio gestito. Su questo asse si spiega la partita dei grandi soci di Siena, dove Lovaglio parte decisamente svantaggiato. Il punto è la collocazione di Francesco Gaetano Caltagirone. L’editore-costruttore romano ha tessuto da anni – insieme a Delfin – una tela di partecipazioni incrociate tra Mps, Mediobanca e Generali, con un unico obiettivo di fondo: arrivare al controllo del Leone di Trieste, la cassaforte del risparmio italiano.
In questo disegno, Intesa è un alleato storico: nel marzo 2025 concesse a Caltagirone un finanziamento da mezzo miliardo con azioni in pegno per sostenere la sua battaglia su Mediobanca e Generali. Non stupisce che Messina si dica oggi sicuro dell’atteggiamento favorevole del costruttore romano, che solo un mese fa ha investito altri 500 milioni per salire in Mps. Per chi punta a blindare il Leone, il veicolo Intesa-Mediobanca offre garanzie operative e di liquidità ben superiori al terzo polo sognato da Bpm. Con il Tesoro ormai defilato al 4,8% e pronto a uscire, la parola passa ora ai grandi fondi (che valgono il 30%) e ai soci privati forti. Qualche giorno fa Lovaglio aveva sentenziato con orgoglio che «tutte le strade portano a Siena». Messina ha dimostrato che, invece, la destinazione finale è Trieste.





