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Spagna dura con i “provocatori” ma pronta a condannare Israele

Ariel Piccini Warschauer.

Esiste un doppio standard sistemico, quasi patologico, nel modo in cui l’Europa occidentale — e in particolar modo la Spagna di Pedro Sánchez — affronta lo scontro geopolitico in Medio Oriente. Un’ipocrisia di fondo che la diplomazia di Gerusalemme ha deciso di non far passare più sotto silenzio. L’ultimo cortocircuito, plastico nella sua evidenza, riguarda la gestione dei cosiddetti “attivisti” della flottiglia diretta a Gaza, un caso che ha spinto il Ministero degli Esteri israeliano a convocare d’urgenza l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola, Francisca Pedrós.

L’incontro, guidato dal direttore politico del ministero Yossi Amrani, non è stato un formale scambio di cortesie diplomatiche, ma una durissima intemerata contro il governo di Madrid. I fatti, d’altronde, parlano da soli. Da un lato la Spagna ufficiale tollera, protegge e quasi incoraggia la partenza di navi e militanti il cui unico scopo reale è forzare il legittimo blocco navale di Gaza — una misura legale di sicurezza che Israele impone a tutela della propria esistenza. Dall’altro, quando quegli stessi “provocatori” sono rientrati sul suolo nazionale, le autorità spagnole hanno riservato loro un trattamento tutt’altro che benevolo, ricorrendo a una violenza brutale per contenerli o gestirli.

La contraddizione è stridente e mette a nudo l’anima della sinistra iberica. Come ha giustamente rimarcato Amrani, ci troviamo di fronte a un esecutivo populista che usa la retorica pro-Gaza in chiave di politica interna per accarezzare la pancia dell’elettorato radicale, salvo poi applicare il pugno di ferro poliziesco quando quegli stessi movimenti rischiano di destabilizzare i propri porti o l’ordine pubblico di casa propria.

Ancor più grave, ed è il cuore della protesta di Gerusalemme, è il silenzio assordante dei vertici istituzionali spagnoli. Né il premier Pedro Sánchez né alcun esponente del suo gabinetto hanno ritenuto opportuno proferire una sola parola di condanna per le violenze perpetrate dalle proprie forze dell’ordine contro i partecipanti alla flottiglia. Gli stessi leader che, con puntualità cronometrica, sono sempre in prima linea, pronti a emettere sentenze di condanna contro Israele per qualsiasi pretesto, inventando violazioni del diritto internazionale anche laddove vi sono solo sacrosante azioni di difesa.

La convocazione dell’incaricato d’affari spagnolo squarcia il velo su questo teatrino geopolitico. Dimostra che la solidarietà di Madrid verso la causa degli attivisti non è un principio morale, ma un calcolo opportunistico. Finché la provocazione colpisce lo Stato ebraico, viene derubricata a “missione umanitaria” e difesa in nome della libertà d’espressione. Quando la tensione bussa alle porte della Moncloa, la tolleranza zero diventa improvvisamente legittima. Israele ha fatto bene a ricordare alla Spagna che la coerenza non si baratta con i sondaggi elettorali e che non si può pretendere di fare la morale agli altri quando si usano i manganelli a casa propria.

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Lo spirito del tempo impone la sua

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