L’Iran smentisce le indiscrezioni e gela l’Occidente, i dubbi degli analisti sul doppio gioco degli ayatollah
Ariel Piccini Warschauer.
Meno di ventiquattr’ore. Tanto è durata l’illusione di una svolta diplomatica nei negoziati con l’Iran. Con una mossa che ricalca il consolidato copione del doppio gioco diplomatico, Teheran ha smentito categoricamente l’esistenza di un accordo preliminare che prevedesse il trasferimento all’estero del proprio uranio arricchito.
A congelare gli entusiasmi della comunità internazionale è stato un alto funzionario iraniano che, protetto dall’anonimato, ha affidato alla Reuters una smentica perentoria: «Teheran non ha accettato di cedere il suo uranio altamente arricchito. La questione nucleare non fa parte di questa intesa preliminare».
Le parole del dignitario persiano arrivano come una doccia fredda, in particolare per i media progressisti d’oltreoceano. Soltanto poche ore prima, un dettagliato retroscena del New York Times aveva dipinto uno scenario ben diverso, parlando di un asse diplomatico già avviato e di un regime apparentemente pronto a scendere a compromessi sulle proprie scorte strategiche pur di alleggerire la morsa delle sanzioni economiche.
La realtà, tuttavia, si sta rivelando assai più complessa e spigolosa. La smentita ufficiale non è solo un atto di propaganda interna per non mostrare segni di cedimento davanti ai falchi del regime, ma delinea una precisa strategia negoziale: incassare concessioni politiche ed economiche immediate, mantenendo intatto l’arsenale atomico come arma di ricatto globale.
Il nodo dell’uranio arricchito resta il vero nucleo del problema. Cedere quelle scorte avrebbe significato, per l’Iran, allontanare il punto di “breakout” – ovvero il tempo necessario per accumulare materiale sufficiente a fabbricare una bomba atomica. Blindando l’uranio all’interno dei propri confini e dichiarandolo esplicitamente “fuori dal tavolo dei negoziati preliminari”, gli ayatollah mandano un messaggio chiarissimo a Washington e alle cancellerie europee: il programma nucleare non si tocca.
Gli analisti occidentali rimangono scettici. Per Gerusalemme e per i falchi del Congresso americano, la mossa di Teheran conferma che qualunque “accordo preliminare” che non affronti direttamente il dossier nucleare rischia di trasformarsi in una pericolosa concessione a fondo perduto, capace solo di finanziare l’attivismo delle milizie proxy iraniane nella regione. La diplomazia internazionale si trova ora davanti all’ennesimo vicolo cieco. Mentre l’Occidente insegue la chimera di una distensione, Teheran continua a dettare i tempi del gioco, dimostrando ancora una volta che la via del compromesso, con la Repubblica Islamica, passa solo alle condizioni stabilite dalla Guida Suprema.





