Parla l’ex capo del team per i negoziati tra Israele e Hamas: “Prolungare il conflitto non ha pagato”
Ariel Piccini Warschauer.
Nelle stanze dove si decidono i destini dei prigionieri, il tempo non è una variabile indipendente. È una clessidra che consuma vite. Per questo le parole di Nitzan Alon, generale di divisione della riserva e fino a ieri uomo chiave dell’apparato militare israeliano nella caccia ai canali di trattativa con Hamas, pesano come macigni sul tavolo politico di Tel Aviv. Non è la critica di un oppositore qualunque; è il j’accuse di chi ha tenuto in mano i fili invisibili dei negoziati, l’ufficiale che ha misurato giorno dopo giorno il divario tra gli obiettivi dichiarati della politica e la cruda realtà sul terreno.
Il siluro di Alon arriva dritto al cuore della strategia del logoramento decisa da Netanyahu: la guerra a Gaza si sarebbe potuta concludere un anno prima. Non solo. Secondo l’ex coordinatore, un accordo tempestivo avrebbe potuto congelare il conflitto in una fase in cui la pressione militare avrebbe paradossalmente strappato a Hamas concessioni persino maggiori in termini di disarmo.
La tesi di Alon smonta la narrativa della “vittoria totale” a lungo inseguita dai vertici di governo. Prolungare l’offensiva oltre il punto di massimo ritorno strategico ha prodotto, secondo l’analisi del generale, un duplice fallimento umano e tattico: L’ostinazione a non chiudere i giochi quando i canali diplomatici erano caldi è costata la vita a un numero altissimo di rapiti. Alon parla esplicitamente di almeno 40 ostaggi deceduti nei tunnel, che si sarebbero potuti salvare se solo si fosse scelta la via dello scambio e del cessate il fuoco dodici mesi fa. La guerra d’attrito ha esposto le forze di difesa israeliane (IDF) a un sistematico logoramento urbano. Centinaia di soldati sono caduti in imboscate e trappole esplosive in un perimetro già ampiamente bonificato, in quella che l’ex capo dei negoziati definisce, senza troppi giri di parole, una serie di «perdite inutili».
L’uscita di Alon solleva nuovamente il velo sulla faglia profonda che separa i professionisti della sicurezza, il cosiddetto security establishment, e la leadership politica. Nella dottrina di Alon, la forza militare serve a creare la leva per il negoziato; una volta ottenuta la leva, non usarla significa trasformare la strategia in pura inerzia.
Hamas, arroccato nella sua rete sotterranea, ha sfruttato l’estensione temporale del conflitto per trasformare ogni cunicolo in un martirio mediatico, mentre Israele vedeva erodersi il consenso internazionale e, soprattutto, la resilienza interna dei familiari degli ostaggi. L’accusa è chiara: si è preferito continuare a colpire per non affrontare il prezzo politico di un compromesso, lasciando che il tempo consumasse l’unica risorsa che non si poteva ricomprare. Il tempo di chi era prigioniero nel buio di Gaza.





