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Nasce il Monte dei Paschi di Modena nel silenzio di parlamentari e tra qualche bisbiglio delle istituzioni e dei sindacati

Rony Hamaui è amministratore delegato di Mediofactoring-Intesa Sanpaolo e professore a contratto di Economia monetaria all’Università cattolica di Milano. Un suo articolo viene commentato da Pierluigi Piccini e quello che sorprende è che l’ex sindaco è uno dei pochissimi che parla con continuità di questo argomento. Il consiglio comunale si è espresso all’unanimità sulle azioni da intraprendere ma gli onorevoli di casa nostra che dicono, che cosa fanno, che cosa propongono? L’articolo di Rony Hamaui ha un pregio che va riconosciuto prima di discuterlo: dice la verità sgradevole che molti aggirano. L’offerta di Intesa sul Monte passerà, e il problema non è il «se» ma il giorno dopo — l’integrazione di Mediobanca, la fuga dei banker dal wealth management, la partecipazione in Generali industrialmente indigeribile per ragioni antitrust. La sua mappa dei rischi di esecuzione è la più lucida che si legga in queste settimane. È sul frame, non sui fatti, che vale la pena fermarsi.

Hamaui sceglie il Risiko, fin dal titolo, e ne accetta il presupposto nascosto: lo scacchiere è terreno muto, le caselle non parlano, esistono solo come posta fra grandi potenze. È la grammatica che gli consente di scrivere che i proponenti «hanno fatto bene» a cancellare il «di Siena», e di proporre «Monte dei Paschi di Modena». Qui si apre il bivio. Il nome di quella banca non è mai stato descrittivo: «Paschi» sono i pascoli maremmani che garantivano il monte fin dal Seicento, una garanzia letteralmente territoriale, un nome che teneva insieme un credito e una terra. In un’istituzione di quattro secoli il nome non fotografa: costituisce. Staccarlo da Siena e innestarlo, via Unipol e poi Bper, su un’entità emiliana non registra un baricentro già spostato — lo compie.

Eppure sulla descrizione dell’atto l’accordo è totale. Hamaui dice: il cuore e la mente vanno in Emilia. Il Consiglio comunale di Siena, all’unanimità dei suoi ventisette consiglieri, dice la stessa cosa con parole tecniche — l’operazione separa il marchio dalle funzioni direzionali e dagli asset strategici che ne costituiscono il contenuto industriale — solo che ne trae il segno opposto: non «appropriato», ma lesivo, perché il marchio è un unicum inscindibile dalla banca e dal suo ruolo sul territorio. Identico fenomeno, valore rovesciato.

C’è poi l’assenza che l’articolo non nomina mai. Nel Risiko di Hamaui l’unico vincolo esterno al disegno privato è l’antitrust, risolto privatamente con l’accordo Unipol e il passaggio a Bper. Lo Stato non compare, il golden power non è citato neppure per escluderlo. Ma proprio in questi giorni quel silenzio è diventato una mossa: il 27 giugno Intesa ha depositato il prospetto in Consob e ha inviato all’ufficio per il golden power di Palazzo Chigi una comunicazione preliminare, la procedura usata per escludere a monte la necessità di una notifica formale. È il frame del Risiko fatto atto giuridico: partita privata, scacchiere senza voce, nulla di strategico da proteggere. Intesa non aspetta che la domanda pubblica si apra: la chiude prima che venga posta.

Una concessione è dovuta. Sul test classico del golden power — controllo in mani estere, pericolo per il risparmio, perdita di un asset critico — la lettura di Hamaui è la più forte: nasce un campione a base azionaria italiana, nessuna mano straniera, nessun rischio per il debito. L’argomento senese, fondato su radicamento, occupazione e sede, è di un’altra categoria, e rischia di apparire difesa del campanile travestita da sicurezza nazionale. È la vera obiezione da battere. Senonché è stato il governo stesso ad allargare la dottrina: Giorgetti ha dichiarato che il golden power vale anche tra banca italiana e banca italiana, e che la sicurezza economico-finanziaria è ormai parte della sicurezza nazionale. Una volta entrata nel perimetro la sicurezza economico-finanziaria, il varco è aperto: la concentrazione, il credito alle famiglie e alle piccole imprese smettono di essere «mercato» e diventano «sicurezza». La leva l’ha consegnata il ministro, non l’opposizione — salvo poi tenerla in mano con il dito sul «non credo», tra neutralità rivendicata e prescrizioni ammesse solo in astratto, e con un Tesoro ancora dentro al 4,86 per cento: arbitro e giocatore nella stessa persona.

La geometria reale, allora, non è il duello che sembrava — il mercato contro la nostalgia — ma un triangolo in cui il governo tiene aperte tutte le porte e Intesa prova a chiuderne una sola, quella del potere pubblico. E il tempo è impietoso: il perfezionamento è atteso per dicembre 2026, ma la cessione a Unipol, quella che staccherà davvero il marchio, è prevista nel secondo semestre del 2027. Quando l’insegna lascerà Siena, la partita politica sarà archiviata da un anno. È la più antica astuzia dello scacchiere: separare il momento della decisione da quello dell’effetto, così che nessuno possa più opporsi quando l’opposizione conterebbe.

Resta il nodo che decide tutto, ed è di linguaggio prima che di diritto. Finché lo si difende come nostalgia del radicamento, l’argomento senese resta fuori dallo strumento. Diventa forte solo se si sposta il marchio dal piano simbolico a quello dei flussi materiali che un’istituzione governa: chi controlla quel nome controlla la circolazione del credito in una regione. Allora la separazione dell’insegna dalle funzioni non è più questione di campanile, ma di metabolismo territoriale. Ed è qui che il titolo di Hamaui si ritorce con grazia su chi ha scelto la metafora: il Risiko nasconde che le caselle sono luoghi abitati, e che a un certo punto, se hanno ancora istituzioni e voce, smettono di essere terreno e ricominciano a contare come soggetti. Si gioca su una terra che ha un nome, e quel nome non è un’etichetta.

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