Monte dei Paschi e non solo, è in gioco il risparmio assicurato di un Paese
Pierluigi Piccini.
La notizia di queste ore non è un proclama né una mossa a sorpresa, ma un adempimento burocratico che rivela, meglio di qualsiasi dichiarazione, la vera natura dell’operazione. In questi giorni — il termine ultimo cadrebbe domenica, ma la vigilia della festa dei patroni di Roma ha spinto a anticipare la consegna a venerdì — il pool di legali di Intesa Sanpaolo deposita in Consob il documento d’offerta sul Monte dei Paschi: quasi duecento pagine, accompagnate da una valanga di istanze. E qui sta il dato che andrebbe scolpito: le autorizzazioni da raccogliere sono circa quaranta, presso autorità di una sessantina di Paesi. Non perché il Monte sia una banca globale, ma perché nel perimetro dell’operazione c’è Mediobanca, e dentro Mediobanca c’è la prima quota di Generali, il 13,3 per cento del Leone di Trieste. Una banca toscana che cambia padrone fa scattare procedure di change of control da Londra a Riad: è il segno che l’oggetto del contendere non è Siena, e non è nemmeno il Monte. È il risparmio assicurato di un Paese.
È questo che la stampa internazionale ha colto immediatamente, mentre quella nazionale indugiava sugli sportelli e sui marchi. Bloomberg ha sintetizzato la posta in gioco con freddezza anglosassone: l’operazione consegnerebbe a Carlo Messina il controllo della grande partecipazione del Monte in Generali, la compagnia finita al centro di tutti i movimenti recenti della finanza italiana. È per questo che il passaggio più delicato dell’intero percorso non sarà l’antitrust né il via libera politico, ma la cosiddetta qualifying holding procedure davanti alla Banca centrale europea, cui si affianca l’esame dell’Ivass sui presupposti prudenziali della partecipazione assicurativa. Francoforte e Roma dovranno decidere non solo se Intesa può comprarsi il Monte, ma chi, alla fine di tutto, eserciterà influenza su novecento miliardi di risparmio gestito e su una fetta consistente del debito pubblico italiano.
Sul terreno tattico, Messina gioca con la sicurezza di chi ha già scoperto le carte. Ha escluso ogni rilancio — paga un premio già significativo, dice, per una banca in piena trasformazione — e ha disegnato un calendario serrato: il documento d’offerta che diventa prospetto entro l’anno, il via libera Consob auspicato per fine ottobre, l’offerta sul mercato da novembre per due o tre settimane, il regolamento a fine mese, l’integrazione completata entro Natale. La componente cash, un euro per azione su una valorizzazione di poco superiore ai dieci, non è un dettaglio contabile: è il gancio pensato per i grandi soci, Delfin e il gruppo Caltagirone, e per i fondi internazionali, ai quali la concretezza di un’offerta vera parla più forte di qualsiasi progetto industriale. L’ambizione dichiarata da Messina è trasformare Intesa in una sorta di UBS italiana, il campione nazionale capace di salire al secondo posto dell’eurozona per capitalizzazione, dietro la sola Santander e davanti a BNP Paribas e UniCredit.
Di fronte, un avversario che ha le mani legate. Il consiglio di Rocca Salimbeni prende tempo, si fa assistere da uno schieramento di advisor finanziari e legali, prosegue intanto per la sua strada la riorganizzazione di Mediobanca; e il suo amministratore delegato, secondo le ricostruzioni dei quotidiani finanziari, avrebbe avviato un negoziato riservato con il vertice di Banco Bpm per esplorare la via della fusione paritaria, il terzo polo. Ma la passivity rule, scattata con l’offerta, consegna l’ultima parola all’assemblea, cioè ai soci; e i soci sembrano guardare altrove. La proposta del Banco, definita da Messina una semplice lettera d’amore opposta a un’offerta concreta, resta sulla carta.
Qui entra la variabile che internazionalizza la partita: Crédit Agricole. I francesi, già primo azionista di Banco Bpm con quasi il ventitré per cento e autorizzati a salire fin quasi al trenta, hanno fatto sapere alla stampa anglosassone di voler studiare ogni opportunità che rafforzi Piazza Meda. Lo scacchiere si ridisegna così attorno a quattro blocchi: Intesa con dentro Mediobanca e l’ombra di Generali; UniCredit ancora impegnata sul fronte tedesco di Commerzbank; il terzo polo Bper-Unipol destinato ad assorbire il marchio e una metà degli sportelli senesi; e un Banco Bpm sempre più satellite di Parigi. E proprio la presenza francese ha rovesciato l’arma più sensibile: è stato Messina, non il governo, a sostenere che un’eventuale fusione Bpm-Monte andrebbe valutata col golden power, vista la quota di Crédit Agricole. Lo strumento nato per tenere fuori gli stranieri, brandito da un italiano contro un rivale italiano ma a controllo francese.
È il punto in cui la finanza diventa politica, e la politica si fa scivolosa. Le parole di Giorgetti — governo neutrale, ma “in astratto” possibili prescrizioni, e comunque vincerà chi offre di più — hanno aperto un fuoco di sbarramento. Dal Partito Democratico la senatrice Cristina Tajani e l’economista Irene Tinagli hanno accusato il ministro di confondere il ruolo dell’arbitro con quello del giocatore, ricordando il dettaglio che pesa più di tutti: sull’uso italiano del potere speciale pende già una procedura d’infrazione aperta l’anno scorso dalla Commissione europea, proprio sul caso UniCredit-Bpm. Maneggiare quello strumento a mercati aperti, con Bruxelles che osserva, è un esercizio ad altissimo rischio.
E qui il discorso esce dai confini nazionali, perché la partita del Monte è un nodo del grande consolidamento europeo, non un affare domestico. Mentre a Roma si discute di golden power, UniCredit insegue Commerzbank contro l’ostilità di Berlino; in Spagna l’assalto di Bbva al Sabadell è naufragato sul nazionalismo regionale; e la vigilanza di Francoforte continua a invocare fusioni transfrontaliere per costruire campioni capaci di reggere il confronto con americani e asiatici, scontrandosi con un’Unione bancaria rimasta a metà — senza assicurazione comune dei depositi, con regimi fiscali e fallimentari ancora frammentati — dove ogni governo agita il proprio potere di veto e la propria retorica del campione nazionale. Messina stesso ha definito questa stagione un far west. Ed è la cifra esatta del momento: l’economia reclama scala, la politica frena per istinto di protezione e per timore dei tagli, e nello spazio aperto tra le due pulsioni si decide, in silenzio e a colpi di istanze depositate in sessanta Paesi, chi possiederà il risparmio di un continente.





