Mille giorni al buio, la polizia carica i parenti degli ostaggi davanti alla Knesset
Ariel Piccini Warschauer.
Mille giorni. Mille giorni di assenza, di silenzi, di promesse infrante e di un dolore che si è fatto rabbia. Questa mattina, alle 6:29– l’ora esatta in cui il 7 ottobre 2023 la terra tremò sotto i colpi dei terroristi di Hamas – Israele si è svegliato scoprendo che il tempo si è fermato, ma la repressione interna è persino più dura.
Il tragico anniversario a tre cifre è diventato un mercoledì di passione e manganelli. Fuori dalla Knesset, a Gerusalemme, le forze di polizia agli ordini del ministro dell’Interno Ben-Gvir si sono scontrate violentemente con i manifestanti che tentavano di bloccare gli ingressi del Parlamento. A finire nel mirino degli agenti a cavallo e degli idranti non c’erano pericolosi sovversivi, ma i membri dell’October Council: madri, padri, sfollati del sud e sopravvissuti di quel massacro che lo Stato non è stato in grado di evitare.
Ai microfoni di Ynet, i testimoni parlano chiaro: “Ci hanno caricato con violenza inaudita per disperderci”. La loro colpa? Chiedere verità e una Commissione d’inchiesta nazionale indipendente sui fallimenti di quella catastrofica alba di tre anni fa. Una richiesta che il governo Netanyahu respinge con ostinazione per un motivo fin troppo evidente: la verità, per questa classe dirigente, equivale a una condanna politica.
Mentre il Paese veniva paralizzato da blocchi stradali da Nord a Sud – dagli svincoli di Karkur a quelli di Kabri, in Galilea – la protesta ha bussato direttamente alle porte dei complici di questo stallo. All’alba, capannelli di manifestanti vestiti di giallo (il colore della solidarietà per gli ostaggi tenuti prigionieri e morti a Gaza) hanno assediato le abitazioni private dei ministri Yoav Kisch e Miki Zohar.
Ma il vero epicentro della rabbia popolare si è registrato a Tel Aviv, sotto la casa del presidente della Knesset, Amir Ohana. Qui la rabbia ha trovato le sue parole più dure, figlie dell’ennesimo schiaffo morale rifilato da Benjamin Netanyahu a una nazione ferita. Pochi giorni fa, in un’intervista a Channel 14, alla domanda su cosa fosse cambiato per lui dal 7 ottobre, il Primo Ministro ha risposto con una battuta agghiacciante: “Ho perso un po’ di peso”.
Un’uscita da Maria Antonietta in salsa israeliana che ha incendiato le piazze. “È un leader psicopatico”, urlavano oggi i manifestanti. “In mille giorni l’unica cosa che ha passato è una dieta. Zero gestione, zero responsabilità, zero leadership”.
Mentre Netanyahu conta i chili persi, Israele conta i giorni di un’agonia che sembra non avere fine. E da oggi, sul curriculum del governo più a destra della storia del Paese, pesa una macchia indelebile in più: aver preso a manganellate chi chiede solo di sapere perché i propri figli non sono mai tornati a casa.





