Mentre Giorgia e Donald litigano, Matteo va da Barack negli Stati Uniti
Matteo Renzi scrive una lunga riflessione sui rapporti internazionali. La nuova stagione politica è iniziata con un litigio via social tra Trump e Meloni, cui è seguito – per ripicca – l’annullamento del forum economico di Miami cui doveva partecipare Tajani. Personalmente credo che la politica estera vada gestita senza atteggiamenti da asilo nido. Meloni ha davvero implorato Trump di fare una foto? Non lo so. Ma so per certo che ciò che fa Trump è inaccettabile nel metodo e nel merito. Dunque abbiamo dato piena solidarietà alle istituzioni italiane insultate dal capo della Casa Bianca. Ma domandiamoci: perché la destra si accorge solo ora di chi è Trump? Quando Trump insultava gli Obama, Biden, Hillary Clinton, tutti gli altri leader europei, i nostri governanti andavano con il cappello in mano (anzi il cappellino MAGA in mano) alla Casa Bianca. Ora, all’improvviso, la Meloni si rende conto che Trump è un problema. Ma era lei o una sua sosia a candidarlo al Nobel per la pace fino a qualche settimana fa? Era lei o una sua sosia a elogiarlo dai palchi di tutte le piazze italiane in campagna elettorale? Era lei o una sua sosia a fare viaggi atlantici per una photo opportunity come accadde due volte all’inizio del 2025?
Questo è un Paese che dimentica tutto. Noi no. Noi non accettiamo l’idea che la politica sia effimera e il dibattito duri lo spazio di un giorno. Noi non dimentichiamo.
La collaborazione con gli Stati Uniti va preservata, sempre, e messa al riparo dai litigi da asilo che vedono protagonisti i leader pro tempore. Per questo sabato ho espresso all’ambasciatore americano Fertitta i sensi dell’amicizia mia personale e di tutta Italia Viva. Il 4 luglio ricorrono i 250 anni della Dichiarazione di Indipendenza: noi di Italia Viva – Casa Riformista organizzeremo un evento speciale perché i Presidenti passano, l’amicizia no.
2. Obama a Chicago
Del resto il nostro rapporto con gli Stati Uniti è sempre stato straordinario e ho avuto modo di averne una conferma in occasione della inaugurazione della grande Library di Barack Obama a Chicago la scorsa settimana. L’ex Presidente e la moglie Michelle hanno avuto una idea straordinaria: trasformare un’area urbanistica della zona sud di Chicago – un tempo una zona molto difficile per tante ragioni – in un centro che non racconta solo ciò che gli Obama hanno fatto ma offre opportunità professionali e culturali ai giovani della zona, tra opere d’arte e campi da basket. Si tratta di una riqualificazione urbanistica strepitosa, lasciatemelo dire da ex Sindaco. E il fatto che all’inaugurazione siano stati presenti non solo Clinton e Biden ma anche George Bush ha reso ancora più evidente la forza del mancato invito a Trump. Chi ha ascoltato le parole di Barack e Michelle Obama si è reso conto del valore evocativo e simbolico dell’inaugurazione: il sogno americano è ancora vivo e nessun Presidente, nemmeno uno come Trump, può distruggerlo, mai. Per me partecipare è stato un grandissimo onore e non solo perché ero l’unico europeo insieme ad Angela Merkel. Ma anche e soprattutto perché la mia carriera politica si è intrecciata profondamente con il messaggio di Obama. Nel gennaio 2008 ascoltai un potente Yes We Can dopo la sconfitta in New Hampshire dell’allora senatore dell’Illinois e decisi di rischiare il tutto per tutto e correre alle primarie di Firenze: perché la possibilità di cambiare le cose, Yew We Can, mi spingeva a giocarmi tutto. Da premier ho avuto l’onore incredibile di collaborare con Obama e di imparare da lui. E a tutti quelli che criticavano o criticano Obama rivolgo un invito: provate a paragonare Obama a Trump e poi ne riparliamo. Dai, ragazzi, tutti noi commettiamo errori. Ma ci rendiamo conto della differenza tra questi due uomini? Tra lo stile di governo?
Alla Inaugurazione della Library ho avuto la possibilità di parlare con tanti amici ed ex colleghi, da Trudeau a Merkel, da Biden a Clinton fino a Bono Vox dal quale – per primo – sentii l’espressione “radical centrism” che trovo oggi quantomai attuale. Ma la cosa che ho amato di più, voglio confessarlo, è stata la presenza di mia figlia Ester che per la prima volta mi ha accompagnato in un viaggio ufficiale visto che Agnese era impegnata con gli esami di maturità (a proposito: in bocca al lupo a tutti). Ester non aveva nemmeno un anno quando da Springfield il giovane Barack Obama lanciò la sua sfida al mondo, nel febbraio 2007. Eppure vederla emozionata a ripercorrere video e immagini di momenti che hanno cambiato il mondo mi ha fatto capire tante cose: al netto dell’amore di padre, sono convinto che la nuova generazione abbia tutto per affrontare al meglio le sfide del futuro. E che noi dobbiamo fidarci di più di questi ragazzi. Poi ovviamente c’è la dimensione umana e mi ha strappato un sorriso vedere Michelle e Barack guardare le foto dell’Expo sul telefonino di Ester per vedere come le nostre figlie sono cambiate in questi dieci anni. Ma la visita a Chicago è servita anche per ribadire che sul piano istituzionale nessun Trump può distruggere l’amicizia tra USA e Italia e sul piano politico che nessun massimalismo di sinistra può cancellare la grande storia dei Dem americani, da Kennedy a Clinton a Obama. Questa è la mia foto di famiglia (politica) e di questo vado orgoglioso.
3. Il valore delle foto
A proposito di foto: ci sono state tante polemiche per la foto dei leader della sinistra-sinistra e per la nostra assenza. Il paradosso è che i giornali hanno smesso di parlare delle divisioni della destra con Vannacci e si sono buttati sulle nostre divisioni. Peccato, ma chi è causa del suo mal pianga se stesso. Nel merito ho già detto in una intervista a Repubblica e ribadisco qui che tra fare una foto con Bonelli eConte e una con Obama e Michelle, io non ho dubbi. Unicuique suum, dicevano i romani. Tra la foto all’osteria e le foto di Chicago diciamo che non ho dubbi, ecco.
Ma se vogliamo restare sulla politica dobbiamo essere molto franchi amici. Nell’ultima settimana hanno ripreso ad attaccarci quelli de Il Fatto Quotidiano, quelli della Fiom e persino chi, dopo aver fatto fallire il progetto degli Stati Uniti d’Europa, prova invano a recuperare consenso facendo l’europeista.





