L’ultima scommessa di Netanyhau: il governo di unità è la maschera della disperazione
Ariel Piccini Warschauer.
Benjamin Netanyahu ha deciso di cambiare musica. A pochi mesi dalle elezioni previste per l’autunno, “Re Bibi” — l’uomo che per anni ha fatto della polarizzazione estrema la sua arma letale — ha improvvisamente scoperto le virtù dell’armonia nazionale e del dialogo con l’opposizione. In una mossa che il Jerusalem Post ha analizzato con lucidità, il premier uscente ha lanciato un appello per un “ampio governo nazionale” post-voto, dichiarando che è arrivato il momento di porre fine ai “boicottaggi politici”.
La tesi di Netanyahu è seducente nella sua semplicità: il Paese è più unito di quanto non dicano i suoi rappresentanti alla Knesset, e le divergenze che hanno paralizzato Israele negli ultimi anni sarebbero solo una sovrastruttura artificiale. “Basta con i veti incrociati”, predica ora il premier, tendendo una mano che, fino a ieri, era impegnata a stringere i pugni dei suoi partner di coalizione dell’estrema destra e del mondo ultra-ortodosso.
La manovra dietro la retorica
Ma a chi vuole convincere, il premier più longevo della storia israeliana? Chi osserva le dinamiche di potere a Gerusalemme non ha dubbi: questa “svolta” non sa di sincera conversione ad una politica unitaria e bipartisan, ma di calcolo elettorale puro. I sondaggi, d’altronde, sono impietosi. La coalizione attuale langue, i numeri per una maggioranza autosufficiente sono un miraggio lontano, e lo spettro della sconfitta aleggia cupo sulle stanze del potere.
Il gioco è chiaro: Netanyahu sta cercando di pescare nel bacino degli elettori moderati, quelli spaventati dall’instabilità, provando a distanziarsi — a parole — dagli estremisti che lo tengono in ostaggio da anni. Il suo obiettivo è neutralizzare la narrazione del “Bibi-contro-tutti”, tentando di rendere il suo ritorno a Palazzo meno indigesto per il centro-destra che, per anni, ha giurato di non sedersi mai più allo stesso tavolo con lui.
Il muro degli avversari
L’accoglienza, però, è stata glaciale. Le opposizioni, guidate da figure come Gadi Eisenkot, hanno rispedito l’invito al mittente con una durezza che non lascia spazio a interpretazioni. “Nessuna unione con chi ha condotto Israele al disastro”, è il ritornello che corre da un capo all’altro del fronte anti-Netanyahu.
Il punto non è solo la sfiducia personale, che pure è abissale. Il punto è la sostanza. Gli avversari sanno bene che, una volta varcata la soglia del seggio, il “Netanyahu unificatore” si trasformerebbe in un istante nel solito equilibrista, pronto a sacrificare qualsiasi promessa di moderazione sull’altare della sopravvivenza politica, finendo — ancora una volta — nelle braccia degli stessi alleati che oggi finge di voler mettere ai margini.
Il processo come bussola
C’è poi il dettaglio non trascurabile delle vicende giudiziarie. Netanyahu — sempre stando alle analisi di chi lo conosce bene— sta giocando anche su questo tavolo. Se le accuse di corruzione dovessero, per assurdo o per un cavillo, indebolirsi, lui sarebbe pronto a cantare “vittoria” e a chiedere la fine del boicottaggio politico. Il suo messaggio è implicito: se io sono “innocente”, perché continuate a isolarmi?
Peccato che la realtà, fuori dalla bolla di comunicazione del premier, racconti un Paese ancora ferito, segnato da una crisi profonda, da una gestione controversa dei conflitti e da una frattura sociale che un semplice slogan pre-elettorale non può certo sanare. Netanyahu si candida a essere il pompiere che spegne l’incendio, ma Israele non ha dimenticato che, in questi anni, è stato lui a tenere in mano il lanciafiamme.
L’ultimo atto della commedia politica israeliana è iniziato. E, come sempre con Netanyahu, il finale è tutto tranne che scontato. Ma questa volta, la maschera del “padre della nazione” sembra un po’ troppo stropicciata per convincere davvero l’elettorato a dargli ancora fiducia.





