Le contrade patrimonio dell’Unesco, intento lodevole ma la proposta non regge
Pierluigi Piccini.
Sulle pagine regionali del Corriere è apparsa una lettera che propone, con toni accorati, di chiedere all’Unesco la tutela delle Contrade di Siena. L’intenzione è affettuosa e non va derisa: nasce dal desiderio, comprensibile, di vedere riconosciuto ciò che i senesi conoscono da sempre e che il visitatore frettoloso non vede. Ma proprio perché le Contrade meritano di essere prese sul serio, conviene prendere sul serio anche la proposta. E la proposta non regge.
Non regge, anzitutto, per una ragione di fatto: Siena è già città Unesco. Il centro storico è patrimonio mondiale dal 1995, e dentro quel perimetro vivono le Contrade con i territori, le sedi, gli oratori. La tutela dei luoghi esiste da trent’anni. Ciò che si vorrebbe sarebbe semmai l’iscrizione nella lista del patrimonio immateriale, quella delle pratiche viventi. Ma è il percorso già tentato per il Palio, e naufragato: una candidatura richiede un dossier che descriva la pratica per intero, e per intero significa anche la corsa, la tratta, il cavallo. Spostare l’oggetto dal Palio alle Contrade non cambia la natura del problema: cambia soltanto il nome della posta.
Ed è qui il punto vero. La lettera denuncia, giustamente, la distanza tra la Siena reale e l’immagine costruita dal marketing turistico. Poi propone, come rimedio, il marchio turistico più riconoscibile del pianeta. Si combatte la riduzione della città a immagine chiedendo la certificazione dell’immagine. Ma le Contrade non sono un’immagine: sono un sistema di autogoverno e di mutualità che non ha eguali, dove si impara a stare in assemblea prima che in Piazza, dove la solidarietà non è un progetto finanziato ma una consuetudine. Un’istituzione civile nel senso pieno: organi, regole, bilanci. Questa forza non ha mai avuto bisogno del riconoscimento di nessuno.
Anzi: i siti Unesco sono, per definizione, cose da conservare. Le Contrade sono cose da vivere. La conservazione presuppone un oggetto compiuto, da proteggere dal tempo; la vita contradaiola presuppone il contrario — la capacità di rinnovarsi, di litigare, di correggersi, di adottare chi arriva. Trasformarle in patrimonio certificato significherebbe consegnarle allo sguardo esterno proprio mentre la loro vitalità dipende dallo sguardo interno: da quanto i senesi continuano a riconoscerle come luogo dove si forma una cittadinanza, non soltanto un’appartenenza.
Ciò che serve, allora, non è la retorica ma la conoscenza vera, concreta, di ciò che oggi è la società senese — di cui le Contrade sono parte essenziale e, insieme, punto di osservazione privilegiato. È da dentro le Contrade che si leggono le contraddizioni in essere della città: il ricambio generazionale che rallenta, la residenzialità dentro le Mura erosa dagli affitti brevi, un tessuto economico che non trattiene i giovani, la questione del cavallo sulla quale il sistema paliesco ha costruito protocolli che il dibattito pubblico raramente conosce prima di giudicare. Sono contraddizioni che meritano risposte concrete, quelle difficili: politiche per l’abitare, lavoro qualificato, disponibilità a farsi esaminare senza reticenze. Nessuna di queste risposte ha bisogno di un bollino. Tutte hanno bisogno di un lavoro paziente, fatto nelle sedi e nei seggi, e di una politica cittadina che lo assecondi invece di cercare scorciatoie simboliche. Chi ama un’istituzione non la imbalsama negli aggettivi né la affida a un’agenzia internazionale: le chiede di continuare a funzionare, e lavora perché possa farlo.
Il riconoscimento del 1995 premiava la forma della città. La vita che abita quella forma non si certifica: si esercita. E le Contrade, da sette secoli, non fanno altro.





