L’ombra della Squadra Fiore, come i segreti di Stato possono diventare dossier privati
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un filo rosso, anzi un «fiume carsico», che lega i palazzi del potere romano alle centrali di dossieraggio milanesi. Un filo che attraversa archivi classificati, banche dati protette e conti correnti schermati. L’inchiesta sulla cosiddetta «Squadra Fiore» non è solo l’ennesima storia di spionaggio abusivo: è il racconto di come un pezzo di Stato si sia messo al servizio del mercato, trasformando informazioni istituzionali in merce di scambio per imprenditori e speculatori.
Al centro del terremoto giudiziario guidato dalla Procura di Roma ci sono nomi che fanno tremare il mondo dell’intelligence. Su tutti quello di Giuseppe Del Deo, già numero due del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza l’organo di cui si avvalgono il Presidente del Consiglio dei Ministri e l’Autorità Delegata per la sicurezza della Repubblica) un tempo capo del reparto economico-finanziario dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna).
A lui i pm contestano un’accusa pesantissima: peculato per 5 milioni di euro (ma nelle intercettazioni si parla persino di 7 o 8 milioni). Soldi pubblici che, anziché servire alla sicurezza della Repubblica, sarebbero stati convogliati verso una società «amica», la Sind, per alimentare una struttura clandestina.
L’indagine svela una galassia di ex uomini delle forze dell’ordine e dei servizi segreti che sembrano non aver mai smesso di operare. Torna in scena Giuliano Tavaroli, l’uomo che fu al centro dello scandalo Telecom-Sismi, accusato oggi di nuovi accessi abusivi ai sistemi informatici.
La «Squadra Fiore» agiva come una vera e propria holding dell’ombra. L’obiettivo? Ambizioso e inquietante: accentrare sotto un unico controllo tutte le aziende italiane che si occupano di intercettazioni. Una sorta di monopolio privato delle orecchie dello Stato.
I membri del gruppo si muovevano con tecniche da guerra fredda e tecnologia moderna: Utilizzavano i cosiddetti «citofoni», telefoni criptati per sfuggire ai controlli. Nelle chat e nei documenti figurano nomi come «Il Corazziere», «Legnetto», «Il Naufrago» o il misterioso consulente americano, semplicemente «L’americano». La Squadra dei Neri, così veniva definito il nucleo operativo agli ordini di Del Deo, incaricato di frugare negli schedari informativi dell’intelligence per scopi non istituzionali.
Il legame con l’inchiesta milanese Equalize è organico. Nelle chat depositate, emerge il tono quasi messianico con cui i capi dell’organizzazione parlavano con l’hacker Samuele Calamucci: «Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema… ricordati che loro sanno tutto anche quello che non dici». Un avvertimento che suona come una garanzia di impunità fornita da chi, per mestiere, dovrebbe vigilare.
Mentre a Roma si scava sui fondi dell’Aisi, a Milano l’indagine parallela svela il lato più sporco del dossieraggio: quello del ricatto. Le perquisizioni a carico dell’ex carabiniere Vincenzo De Marzio e di Mario Cella aprono il capitolo sull’estorsione ai danni di Leonardo Maria Del Vecchio. Immagini private carpite abusivamente, trasformate in proiettili per colpire i vertici del capitalismo italiano.
Siamo di fronte a un sistema che non si limita a spiare, ma punta a condizionare la vita economica e politica del Paese. Se gli archivi dei servizi segreti diventano il bancomat e il catalogo di una società di consulenza privata, il confine tra sicurezza nazionale e criminalità organizzata si fa pericolosamente sottile. La «Squadra Fiore» è appassita sotto i colpi del Ros, ma resta da capire quanto profonde siano le radici che ha lasciato dentro le istituzioni.





