L’esito del referendum sulla giustizia è una sentenza definitiva: assetto istituzionale intoccabile
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera riflette sulle conseguenze immediate del referendum sulla giustizia. “La prima conseguenza – scrive – consiste in una conferma: l’assetto istituzionale è intoccabile. A dieci anni di distanza dalla bocciatura della riforma Renzi, l’esito del referendum sulla giustizia è una sentenza definitiva. Nessuno si azzarderà più, per chissà quanto tempo, a tentare di mettere mano alla Costituzione. Con una sola possibile eccezione: plausibilmente, continueranno a incontrare il favore popolare le riforme costituzionali di impronta anti-politica, quelle che servono a ridurre gli spazi di manovra della politica (come la riforma del 1993 dell’immunità parlamentare o la riduzione del numero di deputati e senatori). La seconda conseguenza è che, molto probabilmente, le prossime elezioni porranno termine alla «anomalia» del governo di legislatura: un solo governo, un solo premier, una sola maggioranza parlamentare, per tutta la durata di una legislatura. Dopo la parentesi Meloni si tornerà, probabilmente, alla normalità italiana, ossia al trasformismo parlamentare. Nella legislatura precedente all’attuale ci furono tre diversi governi con tre diverse maggioranze. Comunque, niente di grave, diranno alcuni: i governi di legislatura non appartengono alla nostra tradizione. Che male c’è — penseranno costoro — se si torna all’antico? C’è però un problema che i nostalgici del bel tempo antico sottovalutano. Ha a che fare con il mare in tempesta con cui l’Italia, come il resto d’Europa, deve oggi fare i conti. Mentre le antiche alleanze internazionali si sfaldano e i venti di guerra (dall’Ucraina al Medio Oriente) soffiano impetuosi, la mancanza di un governo stabile, di un nocchiere saldamente al timone, può essere un danno grave. L’instabilità di governo non è propriamente ciò che serve a un Paese per fronteggiare una congiuntura internazionale così turbolenta come l’attuale. Forse un giorno sarà la forza delle cose, lo stato di necessità, che obbligherà la classe politica parlamentare a fare ciò che oggi, dopo il referendum, è impensabile: cercare nuove vie per dare alla democrazia italiana gli strumenti che servono per tenerla a galla”.




