La Vespa compie 80 anni, i rischi di un’eccessiva euforia celebrativa
Roberto Pizzi.
Il 23 aprile 1946 le industrie Piaggio brevettavano quel progetto dell’ingegnere Corradino D’Ascanio relativo allo scooter che sarebbe divenuto famoso e che verrà venduto per quasi 20 milioni di esemplari in tutti i continenti. La domanda depositata presso l’”Ufficio centrale dei brevetti per invenzioni, modelli e marche del Ministero dell’Industria e del commercio di Firenze”riportava la definizione di: “motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica” . Il presidente dell’azienda,Enrico Piaggio, secondo una versione riportata, era rimasto colpito dalla forma della parte centraledella moto, molto ampia per accogliere il guidatore e dalla “vita” stretta, tanto che esclamò: “Sembra una vespa!”. Un’altra versione che portò alla scelta del nome fu che il prototipo del nuovo mezzo ricordava a Piaggio, a causa del ronzio del suo motore, il fastidioso insetto, non tanto il vitino stretto di una bella donna. La nascita della “Vespa” rappresentava, comunque, una svolta che invertiva un corso di miseria italiana durato da anni e culminato nella catastrofe della guerra. Oggi sono passati 80 anni di storia per quel veicolo che divenne emblema di libertà, di mobilità pratica edi stile, prodotto a Pontedera: pensiamo alle belle immagini del passato, riproposte dallo schermo televisivo del film “Vacanze romane” del 1953, con Gregory Peck e Audrey Hepburn (anche in alcune scene del film di Nanni Moretti “Caro diario”, del 1993, vi sono immagini della “Vespa” che non mi sembrano altrettanto suggestive). Le celebrazioni per questa ricorrenza sono annunciate per il mese di giugno e dureranno 4 giorni (dal 25 al 28). Possono essere giustificate forse dal senso di nostalgia che può prendere pensando ad un passato in cui regnava la speranza del miglioramento economico per tutto il Paese, rispetto alle incognite attuali sul nostro futuro dell’attualità; oppure per realizzare una più concreta operazione di marketing che promuova altre vendite della moto. Ma tutto sommato sembrano eludere un problema di fondo che interessa la nostra realtà produttiva italiana: la preoccupante deindustrializzazione del Paese.
Ormai non sono più molte le “Vespe” che “nascono negli alveari” di Pontedera e buona parte di quelle che “volano” sui cieli italiani vengono da più lontano: dall’India, dal Vietnam, dall’Indonesia, dove la Piaggio ha dislocato parte di questa produzione.
Tale processo segue la sorte subita da un altro suo importante motoveicolo, quello nato nel 1948, a tre ruote, multiuso, che verrà chiamato col nome di un altro insetto: “Ape”, motocarro versatile, che troverà molte applicazioni pratiche e sarà definito a seconda dell’uso “Ape risciò”, “Ape cassone”, “Ape taxi”, “Ape Calessino”. Per questo veicolo la Piaggio, dopo quasi ottant’anni dalla nascita, ha cessato la produzione, che avviene ora solo in India.
Ma già in precedenza , dal 1972, anche un’altra azienda concorrente, la Innocenti, aveva già ceduto alla Scooters of India Limited, azienda di stato con sede a Lucknow, capitale dell’Huttacr Pradesh,la sua sezione di meccanica pesante, e trasferito tutti gli impianti e i macchinari di Lambrate dove si produceva l’altra mitica moto economica e popolare, chiamata “Lambretta” (dal nome luogo lombardo dove si produceva). Poi, con la crisi italiana della multinazionale Stellantis, un’altra tegola pioveva sulla gracile struttura del sistema manifatturiero italiano, a conferma che il settore locomotorio dell’industria italiana era in crisi ed a niente era valso il primato mondiale del primo motore a scoppio, progettato e sperimentato nel 1853 proprio in Toscana e ancora più precisamente a Lucca, per merito dei due scienziati Eugenio Barsanti e Felice Matteucci.
Ma preoccupa anche un altro aspetto della nostra economia globale, oltre alla Crisi italiana dell’ “automotive” (ossia, l’intero settore industriale, commerciale e tecnologico relativo ai veicoli a motore) si registra da tempo un processo più generale di deindustrializzazione che interessa altri filoni produttivi. Dal 2000 al 2025 vi è stato, purtroppo, un calo costante della produzione industriale ed una notevole riduzione del peso del settore manifatturiero sul Prodotto Interno Lordo (PIL). E a differenza di altri Paesi europei che hanno cercato di industrializzarsi di nuovo, l’Italia soffre maggiormente e si caratterizza come una delle economie manifatturiere in maggiore difficoltà.
Ritornando ai nostri giorni, decine di migliaia di “Vespisti” sfileranno, come detto, nel mese di giugno anche nella Città Eterna. Auguriamo loro un buon divertimento, che non sia però un viaggio verso il Paese dei Balocchi (visto che siamo in tema di un altro bicentenario, in questo 2026: quello della nascita di Collodi, l’autore di Pinocchio, che forse andrebbe riletto con più attenzione). Sabino Cassese, giurista, economista, già ministro nel governo Ciampi, in questi giorni ha scritto su un importante giornale nazionale che il nostro Paese rifiuta le innovazioni e da decenni, sulle cose che maggiormente contano, regna l’immobilità. I governi che si succedono tendono tutti a posizionarsi su un basso profilo, su una politica del quieto vivere che non affonda i bisturi per aggredire i veri nodi che bloccano lo sviluppo della economia e della società italiana. L’impressione è che si confidi ancora troppo nello “Stellone “ che ha assistito spesso l’Italia,contando in modo esagerato sugli accresciuti effetti economici del Turismo, settore pur importante, grazie in buona parte alle ricchezze storiche e geografiche del Bel Paese. Gli introiti di questo settore, però sono spesso aleatori, possono illudere e contribuire anche a snaturare il tessuto imprenditoriale. Inoltre possono alterare, come sta accadendo, l’equilibrio delle nostre città, svuotandole dei “cives” e perdendo quel senso di appartenenza urbana che è la spina dorsale del più ampio e necessario senso dello Stato. In preda ad un overtourism le nostre meravigliose città vedono affermarsi improvvisati affittacamere, venditori di false reliquie, cantanti, burattinai, intrattenitori per vacui spettacoli, osti e ristoratori che si illudono di essere Todos Caballeros, mentre in realtà – con il massimo rispetto per chi esercita questo onorato mestiere con giusta professionalità – finiscono per essere todos camareros.





