Il generale d’acciaio nel labirinto di Gilot, chi è il nuovo capo del Mossad
Ariel Piccini Warschauer.
Le biografie, nel mondo dell’intelligence, pesano più dei dossier. E quella di Roman Gofman, prossimo inquilino del sesto piano di Glilot, quartier generale del Mossad, ha il sapore di una sfida al sistema. Per la prima volta, la “Centrale” non viene affidata a un uomo cresciuto tra i corridoi del reclutamento o delle operazioni speciali all’estero, ma a un soldato che ha ancora la polvere del deserto e il fango della trincea sugli scarponi.
La scalata del “Russo”
Gofman è l’uomo venuto dal freddo della Bielorussia. Arrivato quattordicenne in Israele nel 1990, è cresciuto ad Ashdod quando essere “russi” significava stare ai margini. Ha imparato a boxare per autodifesa, una mentalità da combattente che non ha mai abbandonato. Mentre l’élite dei sabra percorreva sentieri tracciati, lui si è preso il comando a forza di risultati sul campo: dai carri armati della 7ª Brigata alla gestione dei confini bollenti con la Siria.
È un ufficiale di rottura. Uno che, negli anni dell’IDF, non ha risparmiato critiche ai vertici, chiedendo meno dottrina e più azione di terra, meno teoria e più pressione fisica sul nemico.
Il fattore 7 ottobre
A cambiare definitivamente il suo destino è stato il sabato nero di Simchat Torah. Il 7 ottobre 2023, Gofman non è rimasto a guardare gli schermi. Senza attendere ordini da una catena di comando paralizzata, si è armato ed è corso verso il fuoco, a Sderot. Ne è uscito vivo per miracolo, ferito gravemente ma trasformato in un’icona vivente. È stato quel gesto, unito alla successiva nomina a segretario militare di Netanyahu, a spianargli la strada verso la poltrona più scottante del Medio Oriente.
Un Mossad ibrido
Perché un generale al comando delle spie? La scelta di Bibi Netanyahu, annunciata nel dicembre 2025 e confermata in questo aprile 2026, risponde a una necessità precisa: ibridare l’intelligence. Gofman porta con sé la visione del “combattimento multidimensionale”. Per lui l’informativa deve correre veloce quanto il drone che la raccoglie. Da generale operativo sul campo punta all’integrazione massiccia dell’Intelligenza Artificiale, ma con il piglio del pragmatico: la tecnologia serve se permette di colpire prima e meglio del tuo avversario. L’Iran e i suoi “tentacoli” (Hezbollah, milizie siriane) sono molto preoccupati: Gofman conosce il terreno siriano come pochi altri; sa dove passano i rifornimenti e dove si nascondono i bunker.
I dubbi dei “professionisti”
Non mancano le ombre. A Glilot, i veterani storcono il naso. Temono che un militare “puro” possa trascurare la sottile arte della manipolazione umana (l’Humint) a favore della forza bruta. E poi c’è il legame politico: Gofman è visto come un fedelissimo del Premier, un fattore che in un Israele spaccato solleva dubbi sulla futura autonomia del Servizio.
Il messaggio ai nemici
Per Teheran e per i “proxy” regionali, il cambio della guardia a giugno 2026 segnala un cambio di passo. Se Barnea era l’uomo delle operazioni chirurgiche e della diplomazia parallela, Gofman è il volto di una minaccia che non bada a spese. È l’outsider che ha scalato la piramide partendo da zero, un uomo che non ha illusioni sulla natura del conflitto e del nemico.
Il Mossad di Gofman sarà, con ogni probabilità, un’agenzia più aggressiva, meno legata ai protocolli e molto più vicina alla linea di fuoco. La parabola del ragazzo di Ashdod è completa: lo straniero che non parlava una parola di ebraico ora ha in mano le chiavi della sopravvivenza dello Stato.





