La Unione Europea individua le strategie che intende adottare per superare le barriere per la realizzazione del mercato interno
Alberto Heimler su InPiù commenta periodicamente la Ue che individua le strategie che intende adottare per superare le barriere ancora esistenti per la realizzazione del mercato interno. Nel 2025 ha elencato i “dieci terribili” ostacoli che essa intende eliminare. La scelta della maggior parte di queste dieci barriere è pienamente condivisibile, come per esempio la complessità di molte regole europee che devono essere semplificate o la scarsa percezione da parte degli Stati membri dell’importanza del Mercato Unico, incluso il sospetto con cui molti Stati membri accolgono le decisioni di acquisizione di imprese nazionali da parte di imprese localizzate in altri Stati membri. Tuttavia l’ultimo dei “dieci terribili” ostacoli è particolarmente controverso: gli ostacoli posti dalle imprese produttrici al commercio intracomunitario di prodotti della medesima marca. Finora, con le significative eccezioni dei servizi di pubblica utilità e del digitale, il controllo sui comportamenti d’impresa era stato lasciato all’antitrust. Adesso il problema, si dice, è che le grandi imprese fornitrici di prodotti di largo consumo, proteggono con barriere delle più varie i propri profitti negli Stati membri dai prezzi più elevati dalla concorrenza dei prodotti identici venduti in altri Stati membri. All’epoca dell’Aids il Sud Africa si lamentava che il prezzo di vendita dei farmaci necessari per curarlo era troppo elevato. Le imprese farmaceutiche occidentali rispondevano che non potevano fornire a prezzi più bassi nel timore che i farmaci venduti al Sud Africa in realtà sarebbero poi stati riesportati nei paesi occidentali dove i prezzi erano più elevati. I prezzi in Sud Africa potevano essere bassi, sostenevano le imprese produttrici, solo se la riesportazione fosse stata esclusa. In altre parole, le protezioni territoriali assolute possono anche essere benefiche, non sempre dannose come ormai da decenni ritenuto dalla UE.
L’antitrust consente esplicitamente di prendere in considerazione queste efficienze. Invece con la regolazione,che è rigida e impositiva per sua natura, esse vengono ignorate. Da qui la controversia sulle modalità con cui questa barriera debba essere eliminata. La speranza è che la Commissione intervenga con misure che favoriscano indirettamente la convergenza: l’etichettatura europea e digitale, norme comuni sull’imballaggio, norme europee sul riciclaggio dei prodotti ecc. Non vietare direttamente la discriminazione dei prezzi. Intanto, prima di intervenire, occorre conoscere le ragioni delle esistenti enormi differenze di prezzo tra prodotti della stessa marca a seconda del Paese dove essi vengono venduti (costi diversi, tassazione diversa, imballaggi diversi dovuti a regolazione diversa, ecc.) e le ragioni per cui gli intermediari non si riforniscono nei paesi a più basso prezzo o non trasferiscono sui consumatori i benefici di prezzi di acquisto più bassi (la lingua dell’etichetta, l’imballaggio?). E’ questo importante compito conoscitivo che la Commissione intende svolgere nei prossimi mesi. Poi una decisione su cosa fare dovrà essere presa.





