La storia del cotone e di altri prodotti tessili
Roberto Pizzi.
La pianta del cotone e il suo tessuto con spettacolari viaggi lasciavano l’India (luogo d’origine) e invadevano i mercati della Cina a partire dal secolo XII; ancora prima avevano raggiunto il Mediterraneo, verso il secolo X, per il tramite del mondo arabo. Fernand Braudel, nella sua imprescindibile opera “Civiltà materiale, economia e capitalismo”, insegna che L’Europa cominciava a conoscere il prezioso cotone soprattutto a partire dal XIII secolo quando, in seguito alla diminuzione dell’allevamento ovino, la lana divenne più rara. Si diffondeva allora un tessuto succedaneo, i fustagni, fatti di un ordito di lino e di una trama di cotone. Nel ‘600 quelle grosse tele blu, simili alle stoffe dei grembiuli da cucina, fornivano il vestiario popolare alla Francia meridionale. Più tardi, nel secolo XVIII, arriveranno sui mercati europei le cotonine dell’India, tele sottili, che saranno la delizia della clientela femminile fino a quando la rivoluzione industriale permetterà agli inglesi di lavorare non meno degli abili tessitori indiani, e quindi di rovinarli.
Il lino e la canapa, dai loro ambienti originali, progressivamente scivolavano verso oriente, in Polonia, nei paesi baltici, in Russia. Grande ne fu l’uso in Italia; ancor più a nord delle Alpi, ad Ulma e ad Augusta, in quella zona d’oltralpe che Venezia, da lontano, dominava e animava. Questa grande città, infatti, era il polo d’importazione del cotone, filato in balle di grezzo. Da Venezia, nel ‘400, due volte l’anno grosse navi andavano a caricarlo in Siria. Naturalmente questo si lavoravaanche sul luogo, come avveniva ad Aleppo e nei dintorni, per essere esportato verso l’Europa.
Questi due prodotti tessili non hanno fatto fortuna fuori dei paesi occidentali (America compresa), ma hanno reso ugualmente grandi servizi: le lenzuola, la biancheria da tavola e quella intima, i sacchi, le camicie, i pantaloni dei contadini, le tele per le vele, il cordame sono venuti tutti dall’una o dall’altra di queste due piante, o dalle due insieme. Altrove, in Asia e in America, il cotone li sostituiva perfettamente, perfino sugli alberi delle navi, quantunque le giunche cinesi o giapponesi preferissero i listelli di bambù, di cui gli specialisti dell’arte nautica continuano a vantare meriti.
Niente di rilevante nella storia lucchese, per quanto riguarda queste produzioni, fino alla fine del 1800, quando si verificava anche in Italia quella che viene definita “rivoluzione industriale”.
Per alcuni secoli l’Italia era stata esclusa dallo sviluppo europeo, relegata ad area “depressa” rispetto ad Inghilterra, Francia, Paesi Bassi. Dal 1600 la prosperità dei traffici si era trasferita dal Mediterraneo al Mare del Nord. In una terra dove le pianure erano scarse e le montagne predominavano, l’agricoltura aveva circoscritto la cosiddetta “accumulazione primitiva”, ossia il surplus capitalizzato necessario al take off (decollo) industriale, alla Pianura Padana. La nostra penisola non disponeva di materie prime, come carbone e ferro, né di grossi fiumi navigabili. Tuttavia, dopo il 1860, attraverso un complesso travaglio, si scavavano gallerie, si provvedeva a “cucire lo stivale”estendendo la rete ferroviaria, si iniziava la transizione dai 15 mila telai meccanici del 1876 ai 120 mila del 1914; si passava dai forni Coke ai Martin Siemens e ai trasporti di energia idrica, già intravisti da Cavour quali strumenti per industrializzarsi come l’Inghilterra. Sviluppo tumultuoso, non certo senza prezzi da pagare che ricaddero su molte generazioni, fino ai tempi della crisi agraria e delle grandi migrazioni transoceaniche che videro presenti un gran numero di lucchesi, tanto da far dire che ogni famiglia della nostra città contava almeno un congiunto espatriato in cerca di un’alternativa alla miseria … tanto da far scrivere a Giuseppe Ungaretti (poesia: Lucca – da l’Allegria, 1931): A casa mia, in Egitto, dopo cena recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti. La mia infanzia ne fu tutta meravigliata. La città ha un traffico timorato e fanatico. In queste mura non ci si sta che di passaggio. Qui la metà è partire.
In questi versi di Ungaretti, “uomo di mondo” (figlio di quattro patrie: Egitto, Italia, Francia e Brasile) si possono condensare i dolori, i sacrifici, le speranze di migliaia di lucchesi che hanno affrontato l’ignoto per cercare il riscatto da una sorte ingrata che la terra d’origine aveva loro riservato. Andavano in terre vicine come la Corsica, (oggetto di un flusso stagionale e plurisecolare) o assai lontane come Argentina, Brasile, Australia, Stati Uniti: mete di un flusso migratorio di massa così forte da iscrivere la nostra provincia (seguita da quella di Massa-Carrara), come prima in Toscana e fra le prime 4 in Italia.





