Il mito del bunker e l’attico a Dahiyeh, così l’intelligence israeliana ha incastrato Nasrallah
Ariel Piccini Warschauer.
Per quasi vent’anni, dal termine della guerra del 2006 fino al giorno della sua eliminazione il 27 settembre 2024, la figura di Hassan Nasrallah è stata avvolta da un mito accuratamente coltivato da entrambe le parti. Per i suoi sostenitori era il leader invisibile, lo stratega che beffava l’aviazione israeliana vivendo nei meandri più profondi del sottosuolo di Beirut. Per l’opinione pubblica israeliana, un fantasma che registrava i suoi discorsi in un bunker blindato, terrorizzato dall’idea di vedere la luce del sole.
Oggi sappiamo che quella narrazione era, in buona parte, un’operazione di facciata. A squarciare il velo è il colonnello S., comandante di «Nahalat Binyamin», l’unità ultra-segreta della Heyl Ha’Avir (l’aeronautica israeliana) che pianifica e aggiorna costantemente la cosiddetta “banca degli obiettivi” in tutto il Medio Oriente. In una rara intervista concessa al quotidiano Maariv, l’ufficiale ha rivelato che il segretario generale di Hezbollah preferiva di gran lunga l’aria condizionata dei piani alti alla claustrofobia dei tunnel.
L’attico all’ottavo piano e l’ascensore segreto
«Nasrallah non ha passato i suoi anni sottoterra», rivela il colonnello S. «Ci sono stati lunghi periodi in cui ha vissuto tranquillamente in un attico, all’ottavo piano di un edificio residenziale a Dahiyeh», la roccaforte sciita nella periferia sud di Beirut. L’intelligence militare israeliana (Aman) monitorava ogni suo movimento, compresi i soggiorni nell’abitazione della moglie e i vari rifugi d’emergenza. Per scendere rapidamente in caso di allarme, il leader politico aveva fatto installare un ascensore privato e blindato, un canale diretto verso il sottosuolo.
Dal punto di vista operativo, per i pianificatori di Tel Aviv, la collocazione fisica del bersaglio era un dettaglio secondario. «Poteva anche vivere in un bunker, per noi non faceva alcuna differenza. Avevamo un piano di eliminazione pronto per qualsiasi struttura». Quando il 27 settembre è scattata l’Operazione Nuovo Ordine, l’IDF ha sganciato ben 83 bombe penetranti (bunker buster). L’obiettivo non era solo distruggere la struttura profonda sotto l’edificio residenziale, ma provocare il collasso dell’intero palazzo soprastante per sigillare le uscite.
Il retroscena svelato dal colonnello S. mostra la spietata precisione della dottrina militare israeliana: prima del raid, l’aviazione ha consultato gli esperti di soccorso del Comando del Fronte Interno per calcolare i tempi tecnici di un eventuale salvataggio. Sapendo che i team libanesi avrebbero impiegato circa sei ore per scavare, Israele ha pianificato di isolare l’area per almeno dodici ore. Chi è sopravvissuto all’impatto cinetico delle bombe è morto per asfissia o dissanguamento. E quando i primi bulldozer di Hezbollah hanno tentato di farsi strada tra le macerie per cercare sopravvissuti, i droni israeliani li hanno presi di mira distruggendoli uno dopo l’altro.
La debolezza dei leader: amanti e routine
Il dossier di «Nahalat Binyamin» non conteneva solo coordinate geografiche e spessori del cemento armato dei bunker, ma radiografava la vita privata dei comandanti del Partito di Dio, sfruttandone i punti deboli e i vizi. È il caso di Fuad Shukr, il potente capo di stato maggiore di Hezbollah eliminato nel luglio 2024.
L’intelligence israeliana non lo ha intercettato in una base militare, ma nell’appartamento della sua amante a Beirut. «Una relazione a lungo termine che durava da anni, sapevamo esattamente quando andava e quanto tempo restava», commenta l’ufficiale con il cinismo tipico degli analisti militari. Shukr è stato eliminato lì, in un contesto civile e intimo, dove le sue difese erano completamente azzerate.
Stessa sorte per Ali Karaki, il comandante del fronte meridionale. Scampato a un primo attacco mirato – per il quale l’IDF aveva ridotto la carica esplosiva per evitare eccessivi “danni collaterali” nel quartiere – Karaki, ferito, è stato portato dai suoi stessi uomini di scorta nel posto sbagliato al momento giusto: l’errore fatale è stato quello di essere di essere trasferito per sicurezza proprio nel bunker centrale di Nasrallah. Una mossa che lo ha portato a morire una settimana dopo, a fianco del suo capo.
L’enigma del successore e la mappa capovolta
Il coordinamento tecnologico e umano dell’intelligence israeliana ha mostrato la sua massima efficacia due settimane dopo la morte di Nasrallah, durante l’eliminazione del suo successore designato, Hashem Safieddine. Anche in quel caso furono impiegate 83 bombe anti bunker, ma l’operazione ha rischiato di fallire a causa della complessità del reticolo di tunnel sotterranei in cui il nuovo leader si era rintanato.
A risolvere lo stallo – racconta il colonnello S. – è stata l’intuizione quasi geometrica di un giovane ufficiale d’accademia. Mentre i vertici dell’aeronautica discutevano su come colpire i condotti per impedire la fuga del target, l’ufficiale ha preso la planimetria del bunker e l’ha letteralmente capovolta sottosopra. Quella rotazione prospettica ha rivelato una vulnerabilità strutturale fino ad allora invisibile agli occhi dei computer. Pochi minuti dopo, i caccia erano in volo.
L’intervista del colonnello S. conferma quello che gli analisti andavano dicendo dall’autunno del 2024: la decapitazione dei vertici di Hezbollah non è stata il frutto di un’opportunità improvvisa, ma l’esecuzione chirurgica frutto del lavoro di un gruppo di specialisti di intelligence scritta in quasi vent’anni di spionaggio totale, vent’anni nei quali l’intimità inconfessabile dei leader carismatici contava quanto i millimetri di acciaio dei loro bunker.





