La conquista di Beaufort nel racconto del colonnello che ha guidato un’operazione militare ma non solo
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un momento in cui la strategia militare e la tattica di un generale si sovrappone alla memoria di un Paese intero: quel momento, per la Brigata Givati, si è consumato domenica scorsa sul crinale del castello crociato di Beaufort e nell’area di Wadi al-Saluki, a nord del fiume Litani. Un’operazione complessa, pianificata per settimane e culminata con la presa di una delle roccaforti storiche del sud del Libano. A raccontare la transizione psicologica e tattica di questa avanzata è lo stesso comandante della brigata, il colonnello Netanel Shamaka, in un’intervista rilasciata ai canali ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
L’operazione non è stata un blitz improvviso, ma il risultato di settimane di preparazione militare e pianificazione logistica, preceduta da una imponente opera di sminamento. «Il primo passo è stato preparare i passaggi sul fiume Litani», ha spiegato Shamaka. I genieri e i fanti della brigata Givati hanno dovuto farsi strada nel fango, abbattere la fitta vegetazione, livellare il terreno e creare vie d’accesso per i mezzi corazzati.
Una volta stabilite le prime posizioni, è iniziata la bonifica sistematica della zona, un quadrante ad alta densità di infrastrutture militari di Hezbollah. «Mentre avanzavamo lungo il fiume o risalivamo la cresta, abbiamo individuato e neutralizzato numerosi lanciatori di razzi, depositi d’armi e, sopra di noi, il fuoco costante dell’artiglieria», racconta il colonnello. «In momenti come questi, l’unica cosa che pensi è quanto sia vitale essere qui e quale sia il significato profondo di tutto questo.»
Il successo dell’operazione sul Beaufort rappresenta anche una svolta operativa per la Givati, una brigata che negli ultimi anni ha combattuto quasi esclusivamente nel contesto urbano e pianeggiante della Striscia di Gaza. Il trasferimento sul fronte nord ha imposto una radicale riconfigurazione tattica.
«Non abbiamo saltato un solo addestramento, una sola esercitazione o preparazione per questo nuovo terreno», ha sottolineato Shamaka. «Abbiamo studiato a fondo la natura del nemico e il tipo di combattimento che avremmo affrontato, integrandone i cambiamenti a ogni livello della brigata». Prima di varcare il confine libanese, il comandante ha voluto isolare un momento di riflessione con i suoi uomini, consapevole del peso della transizione: «Prima di essere un comandante, sono un soldato. E ricordo perfettamente cosa prova un soldato in momenti simili. So di essere responsabile di migliaia di vite. È il pensiero con cui mi sveglio la mattina e vado a dormire la notte».
La conquista del Beaufort porta con sé un forte carico simbolico, evocando i fantasmi e le battaglie della prima guerra del Libano. Un valore ribadito anche dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che ha commentato i progressi dell’operazione “Leone Ruggente” evidenziando il cambio di passo strategico del governo.
«Oggi siamo tornati al Beaufort in modo diverso», ha dichiarato Netanyahu, citando un colloquio avuto venerdì scorso con i soldati al fronte. «I combattenti mi hanno chiesto di dire al popolo d’Israele ciò che stanno facendo lassù, perché l’opinione pubblica spesso non è consapevole della portata dei successi ottenuti». Secondo i dati diffusi dal premier, l’IDF avrebbe eliminato circa 8.000 miliziani di Hezbollah dall’inizio delle ostilità, di cui 3.000 dall’avvio della recente offensiva e 700 solo nell’ultimo mese.
«La cattura del Beaufort rappresenta una fase drammatica e un cambio radicale nella nostra politica», ha concluso Netanyahu. «Abbiamo infranto la barriera della paura. Stiamo prendendo l’iniziativa su tutti i fronti – in Siria, a Gaza, in Libano – istituendo zone di sicurezza oltre i nostri confini per proteggere le nostre comunità».





