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Il “Victory Day” di Trump, il Golfo teme di restare solo contro le macerie dell’Iran

Ariel Piccini Warschauer.

Non bastano le teste tagliate ai vertici del regime, né i detriti fumanti dei siti nucleari. Per Donald Trump, la vittoria totale ha un nome geografico preciso: l’isola di Kharg. Il terminal petrolifero, cuore pulsante delle esportazioni di Teheran, è diventato l’ultimo obiettivo strategico di una guerra che la Casa Bianca vuole chiudere in fretta, ma che rischia di lasciare i vicini arabi in un deserto di incertezze.

Mentre il Presidente americano pregusta il momento in cui potrà dichiarare “missione compiuta” e ritirare le truppe americane, nelle cancellerie di Riad, Abu Dhabi e Doha il clima è di aperta apprensione. Il timore non è solo la guerra, ma il “giorno dopo”: lo scenario in cui Washington incassa il successo simbolico ed economico, lasciando le monarchie del Golfo a gestire, da sole, le macerie e l’inevitabile risentimento di un’Iran ferito ma non vinto del tutto.

L’obiettivo di Trump si è spostato dai centri di comando alle infrastrutture vitali. L’idea è semplice quanto efficace nella sua brutalità: sequestrare o distruggere Kharg per imporre quella “massima pressione economica” che non è riuscita con le sanzioni. Ma questa accelerazione nasconde una fretta elettorale e politica che spaventa la regione. Se l’amministrazione USA punta a forzare l’Iran a un negoziato di resa totale, i Paesi vicini vedono profilarsi un altro rischio: che Teheran, messa con le spalle al muro, decida di incendiare l’intero Golfo Persico prima di cadere.

In questo scacchiere, i partner regionali degli Stati Uniti hanno iniziato a muoversi su due binari paralleli: puntando da un lato, ad un riarmo accelerato e alla diversificazione delle difese missilistiche, non più dipendenti esclusivamente dall’ombrello americano. Dall’altro facendo ricorso ad una diplomazia d’emergenza, con il rafforzamento di alleanze regionali trasversali per evitare che il vuoto lasciato da un eventuale disimpegno USA venga colmato da un caos incontrollabile.

Il paradosso è evidente: più Trump si avvicina a quello che definisce il “colpo finale”, più il Golfo si sente esposto. La distruzione dei vertici iraniani — dalla Guida Suprema Khamenei ai capi dei Pasdaran — ha creato un vuoto di potere che potrebbe generare schegge impazzite difficili da contenere per chi abita sulla sponda opposta del braccio di mare.

La scommessa di Washington è che l’Iran, rimasto senza petrolio e senza leader, torni al tavolo delle trattative alle condizioni dettate da Trump. Tuttavia, per i diplomatici arabi, la storia insegna che un nemico umiliato e isolato è spesso più pericoloso di uno con cui si può ancora dialogare. Il “Victory Day” di Trump potrebbe essere, per il Medio Oriente, l’inizio di una solitudine strategica molto pericolosa.

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