Re Carlo a Washington parlerà alle Camere riunite
Ariel Piccini Warschauer.
Se c’è una cosa che i Windsor sanno fare meglio di chiunque altro, è trasformare la Storia in un palcoscenico di inappuntabile eleganza, anche quando le quinte tremano per i venti di guerra. Preparate i cilindri e ripassate il protocollo: il 28 aprile, sua maestà Carlo III varcherà la soglia del Campidoglio a Washington per parlare alle Camere riunite.
Un evento che definire “storico” non è esercizio di retorica, ma semplice constatazione dei fatti. Bisogna risalire al 1991 per ritrovare un monarca britannico sullo scranno del Congresso; allora fu l’indimenticabile Elisabetta II, con la sua borsa al braccio e la fermezza di chi aveva visto passare dieci presidenti, a suggellare quella “relazione speciale” che oggi, tra le bizzarrie della politica moderna, appare quanto mai scivolosa.
Pomp and Circumstance in salsa trumpiana
Il pretesto per questa trasferta transatlantica è nobile: i 250 anni dell’indipendenza americana. Fa un certo effetto pensare che il discendente diretto di quel Giorgio III, che tanto faticò a digerire il “tè di Boston”, torni ora come ospite d’onore a celebrare la nascita della repubblica ribelle.
Ma il vero spettacolo, ve lo garantisco, non sarà solo nell’aula del Congresso. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sulla cena di gala alla Casa Bianca, dove il Re e la Regina Camilla siederanno alla tavola di Donald Trump e Melania. Il Presidente americano, con il suo consueto stile da showman prestato alla politica, ha già fatto sapere via social che il Re è un uomo che “rispetta profondamente”. C’è da credergli: Trump ha sempre nutrito un’attrazione quasi reverenziale per l’oro dei palazzi reali e la continuità dinastica dei Windsor.
Il fantasma del conflitto e il gelo con Downing Street
Tuttavia, sotto i merletti e i brindisi di rito, il clima è tutt’altro che primaverile. Carlo arriva a Washington in un momento in cui l’asse Londra-Washington scricchiola sotto il peso di divergenze strategiche che nemmeno la diplomazia più raffinata può nascondere.
Il punto di rottura si chiama Iran. Da una parte c’è l’inquilino della Casa Bianca, deciso a usare il pugno di ferro contro Teheran; dall’altra il Primo Ministro Keir Starmer, che da Downing Street ha alzato un muro di prudenza britannica, rifiutando un coinvolgimento diretto nel conflitto. Un rifiuto che Trump non ha gradito, bollando Starmer come un alleato troppo tiepido.
In questo scenario, Carlo III è chiamato a fare ciò che i Re sanno fare meglio: essere il collante quando la politica divide. Il monarca non governa, ma regna; e nel silenzio dei suoi poteri costituzionali, dovrà trovare le parole giuste per ricordare che l’amicizia tra queste due nazioni è più profonda di qualsiasi disputa passeggera tra un Premier e un Presidente pro tempore.
Sarà un discorso di democrazia e valori condivisi, certo. Ma tra le righe, cercheremo tutti di scorgere quel tocco di aplomb britannico necessario a mantenere la rotta mentre il mondo, fuori dal Campidoglio, sembra aver perso la bussola.
God Save the King… e buona fortuna all’Occidente.





