Il paradosso di Sechi: protetto dallo Stato, licenziato dall’editore Angelucci
Ariel Piccini Warschauer.
Una giornata che Mario Sechi non dimenticherà facilmente, passata in poche ore dalle massime tutele dello Stato al benservito del suo editore. Il direttore di Libero (ed ex capo dell’ufficio stampa di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, nonché ex direttore dell’AGI) esce di scena con un doppio, clamoroso annuncio: l’ingresso in una vita sotto scorta per minacce terroristiche e, quasi in contemporanea, il siluramento firmato da Antonio Angelucci.
Il racconto della sua “nuova vita” era affidato a un editoriale accorato. “Devo metterti sotto tutela”, si è sentito rivolgere Sechi dal prefetto di Milano, Claudio Sgaraglia. Una decisione non negoziabile, piombata tra capo e collo del giornalista dopo i rilievi del questore Bruno Megale su una “minaccia diretta” e concreta alla sua persona, proveniente dai rivoli più surriscaldati dell’anarchismo insurrezionalista. Nel mirino, secondo la ricostruzione dello stesso Sechi, ci sarebbero i suoi commenti duri dopo la recente esplosione del casolare alle Capannelle a Roma, dove sono rimasti uccisi due militanti d’area mentre fabbricavano un ordigno.
Da lì, la narrazione di una quotidianità stravolta: gli itinerari blindati tra Roma e Milano, l’addio ai mezzi pubblici (già abbandonati, dice, per insulti e aggressioni), la gratitudine per gli agenti della scorta definiti “servitori dello Stato” e il richiamo ai fantasmi degli anni di piombo e all’omicidio di Marco Biagi. “Si comincia con le parole, poi si spara”, ammonisce il giornalista.
Ma mentre Sechi vergava le sue riflessioni sullo “spirito repubblicano” e sulla violenza politica, nei piani alti della galassia editoriale della destra si consumava un dramma molto più prosaico. Nel pomeriggio, via X (ex Twitter), è arrivata la sventagliata che ha trasformato la cronaca nera in un caso politico-editoriale: “Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi”.
Un tempismo brutale che apre inevitabili interrogativi sulle dinamiche interne all’impero mediatico del re delle cliniche convenzionate e deputato della Lega, Antonio Angelucci. Sechi, che ha navigato i palazzi del potere meloniano prima di approdare alla direzione del quotidiano milanese, si ritrova così protetto dalle istituzioni ma scaricato, senza troppi complimenti, dalla stessa area editoriale che avrebbe dovuto rappresentare. Resta da capire se dietro il benservito ci siano frizioni pregresse sulla linea del giornale, calcoli di potere all’interno della maggioranza o se la “coincidenza” temporale con la scorta nasconda scossoni ancora più profondi nell’editoria di destra.





