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Il bilancio fallimentare dell’operazione Epic Fury Ma il mondo resta con il fiato sospeso

Rocco Cangelosi su InPiù giudica fallimentare l’operazione Epic Fury. Trump continua a tenere il mondo col fiato sospeso mentre si rincorrono le notizie su una possibile intesa complessiva con l’Iran: nucleare, Hormuz, cessate il fuoco. Esita perché sa che il bilancio dell’operazione è deludente e punta tutto sul dossier nucleare, l’unico terreno su cui spera di ottenere qualcosa da poter presentare come un successo. Ma è ormai evidente che non avrà nulla di più — e forse nemmeno quanto — Obama aveva già ottenuto con il “Jcpoa” L’intesa in discussione prevederebbe un cessate il fuoco di 60 giorni, durante i quali dovrebbero essere definiti i dettagli operativi: consegna graduale dell’uranio arricchito a un Paese terzo sotto supervisione internazionale, trasferimento in un deposito esterno e successiva distruzione controllata del materiale eccedente. Un meccanismo complesso, che però non modifica la sostanza: Washington ha ottenuto molto meno di quanto aveva promesso. Gli Stati Uniti, infatti, sono lontani dagli obiettivi dichiarati: niente regime change, nessuna consegna immediata dell’uranio arricchito, nessun ridimensionamento sostanziale del programma nucleare iraniano. Le indiscrezioni parlano soprattutto del ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz e di un percorso ONU per formalizzare l’intesa. Poco, troppo poco rispetto alle ambizioni iniziali.

Netanyahu, invece, spinge nella direzione opposta. Il premier israeliano vuole un nuovo attacco e considera la forza l’unico linguaggio capace di ristabilire la deterrenza. L’avanzata in Libano, con la presa del castello di Beaufort, è diventata il simbolo di questa strategia muscolare. La Francia ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, segnale che l’escalation non è più solo un problema regionale. L’Iran, pur colpito militarmente, esce politicamente rafforzato: ha resistito alla pressione americana e questo cambia la percezione dei Paesi del Golfo, che ora guardano a Teheran con maggiore prudenza. Israele, al contrario, scopre i limiti della sola forza. Nonostante l’avanzata militare, il suo isolamento diplomatico cresce: aumentano le accuse alla Corte Penale Internazionale, si allarga la diffidenza internazionale verso la linea di Netanyahu e il sostegno esterno si fa più incerto. Il Medio Oriente entra così in una fase di instabilità controllata: gli alleati tradizionali degli Stati Uniti iniziano a dubitare della capacità di Washington di garantire un ordine stabile, mentre Israele si trova esposto a un contesto diplomatico sempre più ostile e l’Iran, paradossalmente, diventa un attore ancora più centrale nei futuri equilibri regionali.

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