Il presidente di Nomisma Energia contro il taglio delle accise che non è misura lungimirante
«Il taglio delle accise non è una misura lungimirante dato che porta a una riduzione modesta dei costi: soltanto 15 centesimi al litro. Inoltre, l’uso dei fondi di Coesione europei per sostenere i consumi correnti presenta una contraddizione evidente: quei soldi dovrebbero essere impiegati per interventi strutturali sui territori, non per misure emergenziali». Il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, non ci gira intorno e rilascia un’intervista a La Stampa: «Sono contrario» all’intervento sulle imposte su benzina e gasolio. Ma nell’Italia colpita dalla crisi del Golfo Persico, che ormai ha superato i tre mesi, sono tanti i nodi energetici. Dalle rinnovabili al palo alla corsa per approvare il Ddl Nucleare, dalla dipendenza delle forniture estere fino alle pesanti ricadute sull’economia reale.
Perché è così critico sul taglio delle accise?
«Perché è una misura marginale che non solo aumenta il debito pubblico, ma è persino un beneficio per chi utilizza Suv e automobili che consumano molto. Piuttosto, quei fondi dovrebbero essere indirizzati verso la scuola, la sanità e le famiglie più fragili. Politicamente, il taglio delle accise sembra obbligato, però Francia e Germania hanno fatto scelte differenti. Ma non è una misura né equa né mirata. E in un momento di crisi come quello attuale, è fondamentale ridurre i consumi».
Come? Con le domeniche a piedi?
«Le domeniche a piedi sono una banalità, ma da non escludere. Oggi le strade sono altre e diverse: non tanto il limite dei 30 chilometri orari in città, quanto una riduzione della velocità sulla rete extraurbana. E, soprattutto, l’uso dello smart working: l’abbiamo sperimentato durante la pandemia, funziona e diminuisce la mobilità. I Paesi asiatici, come il Bangladesh, lo stanno adottando nuovamente».
Tuttavia, la crisi energetica pesa sulle bollette.
«Sì, ma ha ragione l’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, a sottolineare che l’Italia non ha le bollette più care d’Europa. L’aumento del 40% cui si fa spesso riferimento riguarda il prezzo all’ingrosso, non la bolletta finale. Ed è anche vero che per le famiglie italiane i prezzi sono allineati alla media Ue. A preoccupare sono i costi per le imprese, che pagano l’elettricità circa il 20% in più rispetto alla media europea. Su questo, Confindustria non esagera affatto».
Bisogna puntare una volta per tutte sull’autonomia energetica?
«Ridurre la dipendenza energetica dai Paesi esteri è strutturalmente difficilissimo. Non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Da 50 anni ci proviamo, ma senza riuscirci davvero. Le direttrici sono tre. La prima è diversificare le fonti di approvvigionamento, come abbiamo fatto dal 2022 sostituendo il gas russo. La seconda è tornare a ragionare sui benefici del nucleare. La terza è l’efficientamento energetico, sfruttando le risorse nel sottosuolo, il nostro patrimonio idroelettrico, il potenziale della geotermica e l’eolico».
Un sondaggio di Only Numbers parla di un 55% di italiani a favore dell’uso del nucleare di ultima generazione. È l’ora di accelerare?
«Da nuclearista convinto, dico di sì. Eppure, ricordo le vittorie schiaccianti dei contrari ai referendum abrogativi del 1978 e del 2011. La mia sensazione è che anche un futuro referendum finisca nello stesso modo. Nelle grandi democrazie occidentali c’è paura riguardo i depositi delle scorie, gli incidenti e, persino, la bomba. Mentre i partiti di sinistra più aperti all’industria e all’innovazione, comunque, faticano a trattare questi temi, che generano imbarazzo al loro interno».
Al di là dell’ideologia, però, c’è la realtà.
«Certo, nelle università crescono gli iscritti ai corsi di Ingegneria nucleare. Una crisi come quella in Medio Oriente può aiutare a cambiare la percezione. Va anche detto che in Italia la costruzione di un reattore richiedere tra gli 8 e i 10 anni, mentre Russia e Cina lo realizzano in tre, senza per ricorrere a tecnologie particolarmente innovative come i reattori modulari».
Resta comunque una energia pulita.
«E aggiungo: abbondante, prevedibile, sicura, indipendente e a basso costo. Dal 1987, post referendum abrogativo, dipendiamo dalla Francia per circa il 15% della nostra domanda elettrica. Quest’ultima ha ottenuto da SoftBank un investimento da 75 miliardi di dollari sull’intelligenza artificiale e sui data center proprio perché è dotata delle centrali nucleari».
Ecco, la crisi dello Stretto di Hormuz. Dopo la sua riapertura, può servire almeno un mese per il ritorno a un transito “normale” per le petroliere. Rotte alternative?
«Il mercato petrolifero non tornerà com’era prima. Per tre mesi l’Iran ha dimostrato che lo Stretto di Hormuz può essere bloccato. È una minaccia che resterà per sempre e deve spingere a investire verso infrastrutture di trasporto di gas e petrolio alternative. In questo caso, ci sono pipeline esistenti o in parte dismesse da potenziare come l’oleodotto da Kirkuk, in Iraq, che arriva fino al Mediterraneo, passando attraverso la Turchia, con una capacità di circa un milione e mezzo di barili che potrebbe essere potenziata. Così come può essere vitale il raddoppio del gasdotto da Abu Dhabi verso il Pacifico».
A tre mesi dallo scoppio del conflitto, l’Europa rischia la stagflazione?
«Sì, se il conflitto prosegue, il rischio c’è. La crescita dell’Europa è legata all’energia. E il continente è ancora dipendente per il 57% dall’estero. La politica continua a dire che “bisogna investire di più in rinnovabili”, che intanto arrivano al 22% del bilancio energetico totale, e quasi al 45% della produzione elettrica. Il cuore del problema, invece, è che i trasporti dipendono per il 95% dai derivati del petrolio. Ed è così che siamo di nuovo dentro la trappola che pensavamo di aver superato nel 2022».





