Giorgia e Donald non sono amici ma rispettivamente la presidente del consiglio e il presidente degli Stati Uniti
Gli imbarazzi e le liti di questi giorni derivano da un errore di fondo: aver scambiato i rispettivi ruoli per amicizia. Open.online prova a ricostruire la vicenda. Nei corridoi di Palazzo Chigi gira un sospetto piuttosto preciso: Donald Trump non avrebbe mai trovato il tempo di leggere la prima replica firmata da Giorgia Meloni, quella in cui la premier di fatto lo accusava di mentire quando le rimproverava di «implorare una foto» con lui. A sostegno di questa lettura, raccontano fonti riportate dal Corriere della Sera, c’è il fatto che nella controreplica il presidente americano non sia mai entrato nel merito delle accuse della premier, né quella di essere in sostanza un bugiardo né quella di stare a braccetto più con gli autocrati che con le democrazie europee.
La premier, a questo punto, ha deciso che è il momento di chiudere. Lo ha anche scritto nel commento sotto il suo post su Instagram: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito». Una posizione dettata dalla volontà di non far scivolare ancora di più sul personale uno scontro che, così com’è, ha pochi precedenti nei rapporti tra Roma e Washington e da cui a perderci di più rischia di essere solo una parte.
Ai ministri è arrivata la consegna di abbassare i toni. La grande diserzione ipotizzata per il ricevimento del 4 luglio all’ambasciata americana, scrivono Corriere della Sera e La Stampa, con tutta probabilità non si farà: i membri del governo ci saranno, salvo scelte individuali. Antonio Tajani aveva già chiamato il suo omologo Marco Rubio per chiedere spiegazioni e annunciargli di persona l’annullamento del business forum America-Italia previsto in Florida, una decisione che alla Farnesina spiegano così: «Era assolutamente impossibile fare altrimenti, non potevamo tenerlo in piedi». L’ambasciatore italiano a Washington, però, non è stato richiamato e non è stata aperta alcuna protesta formale, perché «non siamo in guerra con l’America».





