Cala la produzione industriale di maggio e interrompe la fase di crescita dei precedenti tre mesi
Il calo della produzione industriale di maggio (-0,3%) interrompe la fase di crescita dei precedenti tre mesi, su cui aveva anche influito la ricostituzione, in marzo-aprile, del magazzino prodotti per l’incertezza del conflitto Usa-Iran. Un aggiustamento era dunque atteso, scrive Sergio De Nardis su InPiù. Esso è meno intenso di alcune previsioni. Considerato il più tonico clima di opinione delle imprese nell’ultimo periodo (indice dei responsabili degli acquisti e, seppur in minor misura, indice di fiducia Istat), il II trimestre dell’industria dovrebbe chiudersi in territorio positivo. Questi segnali si associano a quelli favorevoli delle costruzioni, in corrispondenza dell’accelerazione di lavori in vista della chiusura del Pnrr, e di rallentamento nei servizi, particolarmente il turismo. L’indicatore sintetico Ita-coin, elaborato da Banca d’Italia, ha sperimentato un sensibile rialzo nel periodo aprile-giugno, che sarebbe compatibile con un rafforzamento del ciclo in tale periodo. Nell’insieme, dunque, le indicazioni congiunturali non sono negative per il Pil nel II trimestre. Esse portano a escludere il temuto regresso da shock energetico e potrebbero, anzi, suggerire una dinamica positiva in aprile-giugno.
Con quali conseguenze per la stima del Pil nell’intero anno? Nel secondo semestre le incertezze belliche persistono. La tregua Usa-Iran si è interrotta, ma il petrolio, pur in rialzo, si colloca di un 40% sotto il picco dello shock. Maggiori sono le pressioni nel gas. Il recente quadro internazionale del FMI, pubblicato in piena riacutizzazione delle tensioni, ha comunque confermato lo scenario centrale di aprile, correggendo anzi al rialzo le stime di commercio mondiale e prospettando rischi più bilanciati rispetto alla precedente previsione (in aprile, quelli negativi erano prevalenti). Si deve, però, sottolineare come la previsione per il Pil dell’Italia sembri superata. Una crescita dello 0,5% nel 2026, non modificata rispetto ad aprile, implica con i nuovi dati un’incipiente recessione dell’economia che gli indicatori congiunturali, come visto, non segnalano. Al netto di un peggioramento internazionale (non contemplato dallo scenario-base del Fondo), allo stato delle attuali informazioni il Pil dell’Italia nel 2026 (non corretto per i giorni di lavoro) verrebbe piuttosto a collocarsi nella forchetta compresa tra lo 0,7 (stasi dal II trimestre) e circa l’1% (II trimestre marginalmente positivo e crescita contenuta nella II metà dell’anno). Parliamo sempre di decimali, ma fanno differenza in un dibattito sempre altamente polticizzato.





