#POLITICA

Ancora 25 aprile

Luciano Luciani.

Ancora un altro aprile, ancora un altro 25 aprile… La data più densa di significato e la più ricca di attualità nel nostro calendario civile. Ancora una commemorazione: ovvero un atto di memoria collettiva, in cui si riaffermano i valori fondanti del popolo italiano e si ricordano battaglie vinte duramente. Ma, col trascorrere degli anni, il modo in cui una società ricorda può cambiare, sia per il disinteresse graduale – perché il tempo stinge – sia attraverso una deliberata e sistematica opera di revisionismo. Un veleno diffuso a piene mani in momenti e contesti storici diversi, ma che, a più di 80 anni dai fatti della Resistenza e della lotta di liberazione dal fascismo e dall’occupazione nazista, non sembra avere sostanzialmente intaccato la memoria di quelle vicende. Esse, pur lontane nel tempo, sembrano aver mantenuto ancora sostanzialmente intatto il carattere di straordinario deposito di valori e principi che si collocano a irrinunciabile supporto del nostro attuale vivere civile.

Lì, nei nemmeno 20 mesi della Resistenza, ci sono tutti gli elementi, tutti i dati che si sono poi rivelati importanti, anzi fondamentali per la vita della nostra comunità nazionale: la libertà, non solo politica ma culturale, di pensiero, parola, espressione, comportamento; poi la democrazia che a quella libertà ha dato forma e regole, spesso complesse, spesso faticose ma imprescindibili; poi l’aspirazione, la tensione verso forme di giustizia sociale sempre più larghe, inclusive, condivise. Ma la lotta di liberazione è stata anche un formidabile deposito di esperienze, di pratiche, di esempi, di memorie positive e ancora utili. Molte di esse ancora sconosciute; altre dimenticate, altre ancora capaci, per il solo fatto di essere riguardate da lontano e, quindi in una luce e in una prospettiva diverse, di fornire, di fornirci, nuove relazioni, rapporti e connessioni impensate, originali occasioni di conoscenza.

Oggi al termine di questo mese d’aprile 2026, in un tempo in cui agli immediati confini d’Europa si sta consumando, come ebbe a dire papa Francesco nel 2014 “la terza guerra mondiale a pezzi” – non solo Gaza, non solo l’Iran, il Libano, non solo il conflitto tra Russia e Ucraina, ma il caos geo-politico con oltre cinquanta conflitti accesi – consola e conforta riscoprire il valore della pace così profondamente intrinseca alla natura della Resistenza e che ritroviamo condensato nell’art. 11 della nostra Carta costituzionale: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolta a tale scopo. “ 

Un articolo che a ottant’anni esatti dalla scelta della forma repubblicana e dalle elezioni dell’Assemblea costituente indica con chiarezza la direzione e il significato di pace della nostra Carta fondamentale.

Intanto, però, intorno a noi troppi segnali quotidiani vanno in direzione di un abisso le cui forme non riusciamo neppure a immaginare. E allora è bene tornare a esercitare la memoria, una facoltà che non deve servire a farci sentire tutti indistintamente buoni gli uni con gli altri, ma deve disturbare le coscienze appannate e opache. “Pretendere che la storia serva a pacificare gli animi è infatti un equivoco. La storia è materia di conflitti: sociali, economici, politici, culturali E solo raccontando quei conflitti senza pregiudizi si può sperare che uomini e donne del presente riescano a riconoscersi in quel passato, invece di farsene dettare una versione consolatoria e manipolata” (Giorgio Caravale, Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere, Saggi Tascabili Laterza Bari 2026). Perché la memoria non è solo un cospicuo deposito di fatti appartenenti alla storia, ma piuttosto la rielaborazione incessante del nostro rapporto con il passato, i suoi processi, i suoi protagonisti: può essere, la memoria, solo una faticosa ricerca di senso: deve entrare in relazione con quello che stiamo vivendo, deve servire da strumento interpretativo per il presente.

Proprio la memoria, può aiutare, a dipanare, a fare chiarezza su situazioni, vicende, processi, dinamiche, intrecci assolutamente inediti quali ci consegna oggi il nostro presente, in cui ci tocca assistere a manifestazioni di potere planetario tanto arroganti e tracotanti che per definirle mancano addirittura le parole appropriate: come ebbe a scrivere Primo Levi, “energie spaventose dormono un sonno leggero”.

E preoccupa, inquieta, rilevare come, da alcuni anni a questa parte, le dichiarazioni, i comportamenti, oppure i silenzi, in una sola parola la postura politico-morale di rappresentanti importanti, apicali delle nostre istituzioni, (la postura politico-morale) si proponga e continui a proporsi come incoerente e inadeguata rispetto allo spirito antifascista e democratico della nostra Carta costituzionale, fondata su un delicato equilibrio di pesi e contrappesi che agiscono nella sfera della vita collettiva.

“Chi controlla il passato, controlla il futuro” questo uno degli slogan del partito del Grande Fratello, che compare nel celebre romanzo distopico di George Orwell, 1984… Negli ultimi anni la storia è tornata a essere un terreno di confronto, conflitto, scontro politico… Come d’altra parte è sempre accaduto e non credo che sia un male. Perché chi ha più filo, tesserà… Come avverte lo storico Giorgio Caravale nel suo già citato, denso e utile piccolo libro di recente pubblicazione, sarà però necessario, che da un lato la politica apprenda dal passato senza strumentalizzazioni, rispettosa della storia e del lavoro degli storici; “dall’altro occorre una storiografia capace di affrontare questioni di lungo respiro, parlare a un pubblico ampio e orientare il dibattito senza piegarsi alle urgenze dell’agenda politica. Solo così sarà possibile ripensare il rapporto tra storia e politica, voltando finalmente pagina rispetto al Novecento”.

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