La crisi degli anni Settanta e quella attuale, le conseguenze della guerra
Giampaolo Galli su InPiù analizza le conseguenze della guerra. L’apertura dell’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia c’è una frase che ha messo in allarme il mondo: “Il conflitto in Medio Oriente ha creato il più grande sconvolgimento (disruption) dell’offerta nella storia dei mercati globali del petrolio, a causa della chiusura quasi totale dello stretto di Hormuz”. L’agenzia ha fatto il confronto con il passato sulla base della quantità di greggio e non sul suo prezzo. Ma se si guarda al prezzo, si vede facilmente che, almeno fino ad ora e a meno di una nuova escalation, la crisi degli anni Settanta fu molto più grave. A cavallo fra il 1973 e il 1974, dopo la guerra del Kippur, il prezzo del petrolio quadruplicò (da circa 3 a 12 dollari al barile) e salì ancora, di circa 3 volte, nel 1979-1980 a seguito della rivoluzione degli Ayatollah. Nel 1980, il prezzo medio del petrolio si stabilizzò ad un livello 10 volte più alto di quello del 1972. Per contro oggi, anche qualora il prezzo si stabilizzasse a 100 dollari al barile, l’aumento sarebbe “solo” di circa il 60% rispetto alla media del 2025. La differenza è abissale, almeno se siconcorda che ciò che conta è la variazione percentuale e non quella assoluta. Ma c’è molto di più. Il livello di cento dollari al barile non è particolarmente alto. Se corretto con l’indice dei prezzi al consumo di febbraio 2026, il valore di 100 dollari è già stato superato molte volte, per circa un terzo del tempo, anche in questo secolo: fra il 2005 e il 2008 (quando raggiunse quota 209) e fra il 2009 e il 2024 quando si spinse oltre quota 150. Un’altra differenza di cui tenere conto è che l’intensità di idrocarburi per unità di Pil è oggi più che dimezzata rispetto agli anni Settanta.
Ci sono poi differenze geopolitiche che rendono la situazione di oggi molto meno gravida di conseguenze economiche. Oggi l’Iran è sostanzialmente isolato, il principale importatore di energia iraniana è la Cina e di fatto non esiste quasi più l’OPEC. Inoltre, come noto, gli Stati Uniti sono diventati il più grande produttore del mondo e sono esportatori netti di idrocarburi. Il che indebolisce il poco che rimane dell’Opec. E, se non bastasse, il Venezuela, che è il paese con le più ampie riserve accertate, è oggi sotto il controllo degli Stati Uniti. Queste differenze geopolitiche rendono poco probabile che i rialzi cui stiamo assistendo diventino permanenti. Infatti, tutti gli istituti di previsioni, incluse le banche centrali, costruiscono scenari in cui la crisi dura alcune settimane, al massimo alcuni mesi. Questa è una differenza enorme rispetto alle due crisi degli anni Settanta: allora c’era ben poco che potessero fare i presidenti degli Stati Uniti (Nixon nella prima crisi e Carter nella seconda) per contrastare il blocco dell’Opec. Per questo insieme di ragioni, salvo nuovi disastri sul fronte bellico, oggi più che di rischio stagflazione si dovrebbe parlare, come suggerisce il New York Times, di rischio di “slowflation”, ossia un po’ di inflazione con un rallentamento, non una stagnazione, dell’economia.




