Israele rompe gli indugi e crea una zona cuscinetto nel sud del Libano
Ariel Piccini Warschauer.
La linea rossa è stata tracciata sul corso del fiume Litani. Con un annuncio che sposta l’asse del conflitto verso uno scenario di occupazione a lungo termine, il governo israeliano ha ufficializzato la creazione di una «zona di sicurezza» nel sud del Libano. Non più solo un’operazione di incursione, ma una presa di possesso territoriale definita «cuscinetto difensivo» per impedire il ritorno delle milizie di Hezbollah a ridosso dei kibbutz dell’Alta Galilea.
Il ministro della Difesa, Israel Katz, è stato categorico: l’esercito (IDF) ha ricevuto l’ordine di assumere il controllo totale dei ponti e delle arterie strategiche fino a 30 chilometri a nord del confine. «Le centinaia di migliaia di libanesi in fuga non torneranno nelle loro case finché la sicurezza dei nostri cittadini non sarà garantita dai fatti, non dalle parole dell’Hezbollah», ha dichiarato Katz.
Ma a far tremare le diplomazie occidentali sono le parole di Bezalel Smotrich. Il ministro delle Finanze, leader della destra religiosa, ha evocato apertamente l’applicazione della «sovranità» israeliana sulle terre occupate. Un termine che sa di annessione e che rischia di trasformare il Libano meridionale in una nuova Cisgiordania, incendiando ulteriormente il fronte arabo.
L’accelerazione militare di Benjamin Netanyahu arriva in un momento di estrema tensione diplomatica con Washington. Mentre il presidente Donald Trump twittava di «progressi straordinari» e di un possibile «accordo in 15 punti» con l’Iran, i caccia con la Stella di David colpivano obiettivi strategici a Teheran.
Uno schiaffo evidente alla strategia del dealmaker della Casa Bianca. Israele non sembra intenzionato a concedere alla Repubblica Islamica il tempo di riorganizzarsi sotto l’ombrello di una tregua mediata dagli USA. «Colpiremo l’Idra ovunque, non solo i suoi tentacoli», ripetono al ministero della Difesa, confermando che la pressione sull’Iran non diminuirà nonostante le pressioni di Mar-a-Lago.
La sorpresa geopolitica della giornata arriva però da Beirut. In un gesto di rottura senza precedenti nella storia recente, il governo libanese del premier Nawaf Salam ha dichiarato l’ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Shibani, persona non grata.
L’espulsione del diplomatico è il segnale di una nazione esausta, che non accetta più di essere il terreno di scontro per le guerre per procura dell’ayatollah Khamenei. «Il destino del Libano non può essere sacrificato per vendicare i vertici di un Paese straniero», ha dichiarato Salam. Una presa di posizione durissima che isola Hezbollah all’interno del proprio Paese, proprio mentre le truppe israeliane consolidano le posizioni a sud.
Le speranze di una de-escalation immediata appaiono oggi ai minimi storici. Se da un lato Trump preme per chiudere la partita con un accordo globale, dall’altro Netanyahu sembra deciso a ridisegnare i confini della sicurezza regionale prima che si sieda al tavolo delle trattative. Il rischio è che la «zona cuscinetto» diventi una nuova palude mediorientale, capace di inghiottire ogni residua speranza di pace.





