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Ultimatum o pace? Il piano di Trump per l’Iran con la mediazione del Pakistan

Ariel Piccini Warschauer.

Mentre i cieli del Medio Oriente restano solcati dai missili dell’Operazione Epic Fury, la diplomazia segreta di Donald Trump prova la mossa del cavallo. Un documento in quindici punti, consegnato nelle mani di Teheran attraverso il canale diplomatico di Islamabad, punta a chiudere in pochi giorni un conflitto che sta ridisegnando gli equilibri della regione e preoccupando i sondaggisti della Casa Bianca. 

Non è un caso che sia stato scelto il Pakistan. Il capo dell’esercito di Islamabad, il Field Marshal Syed Asim Munir, è emerso come il grande mediatore, offrendo il proprio territorio per ospitare colloqui diretti tra Washington e Teheran. Trump, dal canto suo, ha già annunciato una pausa di cinque giorni nei raid contro le infrastrutture energetiche iraniane, definendo i primi approcci come “molto produttivi”.  

Il piano non ammette sfumature. La Casa Bianca esige quello che chiama “smantellamento verificabile”: l’Iran dovrebbe rinunciare definitivamente all’arricchimento dell’uranio e consegnare le scorte già accumulate. Sul tavolo c’è anche il dossier caldissimo dello Stretto di Hormuz: gli USA chiedono che diventi una “zona franca” internazionale, ponendo fine alla minaccia di blocchi navali che agita i mercati petroliferi mondiali.  

Se da Washington trapela ottimismo – con Trump che parla di un misterioso “regalo” ricevuto dall’Iran sotto forma di concessioni su petrolio e gas – la Repubblica Islamica mantiene la linea del rigore. Il portavoce del Ministero degli Esteri ha negato colloqui diretti, pur ammettendo di aver ricevuto messaggi da “paesi amici”. La sensazione è che il regime, indebolito dai colpi alle infrastrutture e dalla perdita di figure chiave (tra cui, secondo alcuni report, lo stesso Khamenei all’inizio del conflitto), stia cercando una via d’uscita onorevole che non sembri una resa incondizionata.  

Resta l’incognita di Gerusalemme. Mentre il Ministro della Difesa Israel Katz conferma l’intenzione di mantenere una “zona cuscinetto” nel sud del Libano fino al fiume Litani, il governo Netanyahu guarda con sospetto a qualsiasi accordo che non neutralizzi totalmente la minaccia balistica iraniana. La proposta americana prevede una limitazione della gittata dei missili, ma per Israele la sicurezza passa solo per la loro eliminazione.  

Nelle prossime 48 ore si capirà se la diplomazia di Jared Kushner e Steve Witkoff riuscirà a trasformare questa “road map” in una tregua duratura o se il Medio Oriente dovrà prepararsi a una nuova, più violenta, escalation.

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Israele rompe gli indugi e crea una

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