Dal film “Zvanì” un ricordo di Giovanni Pascoli a 170 anni dalla sua nascita
Roberto Pizzi.
Proprio l’ultimo giorno dell’anno appena trascorso ricorreva il 170emo anniversario della nascita
di Giovanni Pascoli e a tale data si dedicavano alcuni articoli a stampa che prendevano spunto dalla
riproposizione al grande pubblico del film “Zvanì”, giù uscito nelle sale cinematografiche i primi di
ottobre e riproposto da Rai Uno il 13 gennaio scorso.
La trama della pellicola, il cui titolo completo è “Zvanì – Il Romanzo Famigliare di Giovanni
Pascoli” (regia di Giuseppe Piccioni), è racchiusa sostanzialmente nel viaggio in treno col quale si
trasporta la salma del poeta da Bologna – dove era morto il 6 aprile del 1912 – a Barga (Lucca), che
sarà il luogo di riposo dei suoi resti e dove già l’autore di Myricae si era trasferito alla ricerca di un
buon retiro dopo il fallimento del progetto di ricostituzione del “nido” con entrambe le amate
sorelle. Come noto, una di queste, Ida, fidanzatasi col giovane Salvatore Berti che avrebbe sposato
di lì a poco, abbandonava il nucleo familiare, con forte turbamento di Giovanni, che decideva di
rifugiarsi, con l’altra sorella Maria (o Mariù), a Castelvecchio di Barga, in una villetta con podere
annesso, sul colle di Caprona.
Nel film la storia si articola intorno al giovane Enrico, aspirante giornalista, che partecipa a questo
viaggio allo scopo di scrivere un resoconto sui funerali dell’importante personaggio. Sul treno
Enrico incontra Giulia, un’ex studentessa del poeta, con la quale finisce per condividere un percorso
che è al tempo stesso fisico e spirituale. Mentre il paesaggio scorre fuori dal finestrino, i due
ripercorrono le tappe fondamentali della vita del celebre letterato attraverso i racconti e le memorie
di chi lo ha conosciuto da vicino. L’artificio del viaggio serve al regista per presentare al pubblico
un Pascoli diverso dallo stereotipo di poeta “delle piccole cose”, molto più inquieto e tormentato,
meno banale come a volte è stato presentato, rispetto invece alla sua profondità lirica ed alla
sensibilità esoterica, dimostrata in particolare dagli studi danteschi esaltati da Carlo Gentile nel
libro Saggi massonici di poesia (1976).
E prepotentemente è ritornato fuori anche l’argomento del rapporto del poeta con la Religione, tanto
da stimolare l’ intervento del settimanale cattolico “Famiglia cristiana”, nel quale la giornalista
Elisa Chiari sostiene che il tormento esistenziale del Pascoli era dovuto in buona parte al fatto di
non riconoscersi nella dottrina cattolica. In merito all’argomento ci è parso opportuno ricordare
anche alcune cronache lucchesi dell’epoca (sulle quali a suo tempo ci eravamo dedicati per altri
studi), le quali anch’esse si erano interessate alla questione. Fin dal momento in cui si divulgò la
notizia che la salma del poeta sarebbe stata trasportata a Barga, transitando per Lucca, i laici
lucchesi erano entrati in fermento. Le associazioni della “Dante Alighieri”, del “Libero Pensiero”,
tutti i democratici, si erano mobilitate per rendere adeguato onore al poeta. Non poteva mancare la
Massoneria lucchese che intendeva salutare il passaggio all’Oriente eterno del “fratello Pascoli”, fin
dal 23 settembre 1882 affiliato alla Loggia “Rizzoli” di Bologna“. Il facente funzione di Prefetto,
cav. Carafa, convocò subito Alfonso Casini, Augusto Mancini e Gino Giorgi, principali esponenti
dell’area laica lucchese e, in un colloquio animato, cercò di imporre loro l’astensione da ogni
manifestazione, trovando però una ferma opposizione e la riconferma della volontà di esprimere alla
salma la maggiore solennità, come dissero: “non in nome di un partito, ma della intera
cittadinanza”. Gli alunni delle scuole già erano stati invitati dai loro insegnanti a raccogliere fiori di
campo, tanto graditi al poeta, da portare alla stazione all’arrivo del convoglio funebre. Tuttavia,
nella mattina successiva alla riunione, il responsabile della prefettura diramava il divieto di ogni
manifestazione esteriore provocando indignazione nell’opinione pubblica. Nonostante il tentativo
di rendere silente il passaggio da Lucca della salma di Pascoli, il 9 aprile un’immensa folla
accorreva alla stazione ferroviaria di Lucca, compiendo una dimostrazione di affetto, rivelatasi
ancora più grande a dispetto della mancata partecipazione delle autorità locali e di tutte le
ingiustificate ostilità frapposte. I cancelli erano stati chiusi e gli accessi presidiati dalle forze
dell’ordine, ma secondo un rapporto della prefettura, i servizi di sicurezza erano stati “travoltidall’orda della moltitudine colà accorsa e sarebbe stato impossibile impedire, senza spargimento di
sangue, l’invasione della stazione”. Ad attendere il convoglio alla destinazione finale di Fornaci di
Barga vi erano diversi professori dell’università di Pisa, molti studenti, la popolazione locale. Era
già sera, infuriava il vento e l’acqua, ogni casa era vestita a lutto – riportavano le cronache – ma il
corteo, per volontà della sorella Maria, proseguiva senza soste al lume di fiaccole e torce a vento,
fino al cimitero di Barga, dove il feretro giungeva a notte inoltrata. Qui, fra i bagliori rossastri dei
bracieri che illuminavano il sacro recinto, rendendo surreale lo scenario, rispuntava la questione
religiosa: la cattolicissima Maria, che non era riuscita a fare avere l’Estrema Unzione a Giovanni
quando a Bologna era in punto di morte, a causa dell’intervento a difesa delle convinzioni laiche
del poeta, da parte del fratello “Falino” (Raffaello), stavolta aveva convocato decisamente il
parroco di Castelvecchio per la benedizione della salma, che avvenne fra le accese proteste degli
studenti anticlericali. La stampa nazionale aveva già dato ampio risalto alla scomparsa del poeta e i
fogli democratici stigmatizzavano il comportamento delle autorità lucchesi accusandole di
servilismo verso il clericalismo dominante e imputando al prefetto di aver emanato l’ordine di
boicottaggio per rendere un favore al partito clericale. Il giornale cattolico “L’Avvenire d’Italia”,
invece, parlava di sceneggiata e di dimostrazione settaria voluta a Lucca dalla loggia “Francesco
Burlamacchi” e dall’associazione del “Libero Pensiero”. Più in generale, poi, bollava con parole di
fuoco “l’opera triste compiuta con infinite arti dalle sétte massoniche, per ottenebrare (…) la
purissima ed incantevole idealità cristiana” del poeta.
Sulla sua fede religiosa toccava però al giornale lucchese “L’Esare”, diretto dal clericale marchese
Lorenzo Bottini, scrivere il verdetto definitivo, che contraddiceva quanto affermato dal
correligionario foglio bolognese. Il giornale scriveva, basandosi sulla testimonianza di un frate
cappuccino, padre Gaudioso di Massa – già studente del Pascoli (suo insegnante di storia e
geografia nella città apuana), il quale da un recente colloquio col poeta riteneva che questi non
poteva essere inquadrato nell’alveo cattolico e nemmeno in quello cristiano. Il Pascoli, nell’
amichevole conversazione con il religioso, aveva affermato di essere contrario alla gerarchia
ecclesiastica ed ai preti in generale, confessandogli di essere un “empio”. Inoltre egli, pur
ammirandone la persona, non riconosceva la natura divina di Gesù. Il giudizio di padre Gaudioso
era che il poeta non aveva una religione precisa: “non era né la cattolica, né la protestante, né la
scismatica; ma una religione a modo suo”. Come era nei convincimenti maturati in Pascoli, che
rifiutava la fede dogmatica nel cattolicesimo e in qualunque altra costruzione teologica sistematica.
Tutto ciò era sufficiente al marchese Bottini che, nonostante la sua costante avversione ai valori
laici, chiudeva la questione senza confusione dei ruoli, scrivendo testualmente la frase: “noi
abbiamo ben altri argomenti per sostenere l’eccellenza della nostra Religione e possiamo, senza
alcun danno, lasciare ai nemici di essa libera caccia ai morti”.





