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La guerra delle spie tra Israele e Iran, dalle minacce ai fatti

Ariel Piccini Warschauer.

Nello scacchiere mediorientale, le parole pesano spesso quanto i missili, ma sono i messaggi in codice a tracciare i veri confini della minaccia. L’ultimo cortocircuito informativo ne è la conferma millimetrica. Rispondendo alle indiscrezioni del New York Times su presunte e pesanti minacce israeliane rivolte direttamente ai funzionari di Teheran durante i delicati tavoli negoziali, una fonte della sicurezza di Tel Aviv ha affidato all’emittente I24 News una replica che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche: «Se e quando Israele vuole eliminare qualcuno, lo fa».

Una frase asciutta, tagliente, che riassume decenni di dottrina della sicurezza dello Stato ebraico. Non è una smentita; è una rivendicazione preventiva.

La strategia della deterrenza esplicita

Nel gergo dell’intelligence e della guerra asimmetrica, un’uscita del genere risponde a una logica precisa: la deterrenza psicologica. Israele sceglie deliberatamente di non nascondersi dietro la classica formula della plausible deniability (la negazione plausibile), ma rilancia. Il messaggio diretto ai pasdaran e ai negoziatori della Repubblica Islamica è chiaro: la diplomazia è un velo sottile, le nostre capacità operative restano intatte e pronte all’uso.

Questo approccio si inserisce perfettamente nel modus operandi che abbiamo visto consolidarsi negli ultimi anni, in particolare nella gestione del dossier nucleare e balistico iraniano. La campagna nota come “Guerra tra le guerre”(MABAM, secondo l’acronimo ebraico) non si combatte solo sul terreno siriano o attraverso il sabotaggio cibernetico delle centrifughe a Natanz, ma punta dritta al fattore umano. Gli omicidi mirati degli scienziati del programma atomico – da Mohsen Fakhrizadeh in poi – e dei comandanti logistici delle forze Quds dimostrano che per Tel Aviv l’anello debole, e al tempo stesso più prezioso della catena nemica, è l’uomo.

Il contesto dei negoziati

Perché parlarne adesso? Le rivelazioni del quotidiano statunitense sui dettagli dei negoziati indicano che il livello di tensione dietro le quinte ha superato la soglia di guardia. Quando le trattative internazionali toccano i nodi strategici della sicurezza israeliana — che si tratti del programma nucleare di Teheran o del network di milizie sciite che stringe Israele in un “anello di fuoco” — l’intelligence di Tel Aviv tende a far saltare i protocolli felpati.

Per l’Iran, d’altro canto, denunciare queste minacce sui media internazionali serve a dipingere Israele come l’attore destabilizzante, l’ostacolo violento a qualsiasi compromesso diplomatico. Ma la risposta della sicurezza israeliana spiazza questa narrativa, quasi a voler normalizzare l’assassinio mirato come legittimo strumento di difesa statale.

La logica dei “due binari”

La partita si gioca su due binari paralleli che si incrociano continuamente. Il tavolo politico: dove si limano i comunicati e si cercano faticose mediazioni per evitare l’escalation totale.

 Il binario delle spie: dove i pianificatori militari del Mossad e dell’IDF mantengono costantemente aggiornata la lista degli obiettivi (Target Bank).

La dichiarazione rilanciata da I24 News ricorda al mondo — e soprattutto ai mullah — che per Israele il primo binario non sostituirà mai il secondo. La “diplomazia dei fatti compiuti” resta la stella polare di Tel Aviv: non si minaccia per trattare da una posizione di forza; si avverte il nemico che la sua incolumità dipende esclusivamente da una decisione politica che può essere revocata in qualsiasi momento. Un monito silenzioso, ma letale, mentre i motori dei droni e i telefoni degli apparati di sicurezza rimangono accesi, in attesa del prossimo “quando”.

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