Le preferenze per eleggere i parlamentari, anche gli istituti giuridici sono esposti al vento delle mode
Gianfranco Rotondi.
Anche gli istituti giuridici sono esposti al vento delle mode, al cambio di gusto, talvolta al revival. Prendiamo le preferenze, istituto ideato dal legislatore del dopoguerra per eleggere, nell’ambito di liste di partito, i rappresentanti del popolo. Per tutta la prima repubblica, le preferenze furono principesse: la gara per aggiudicarsele formava la classe dirigente parlamentare. All’inizio degli anni novanta, le principesse passarono di moda, e divennero rapidamente le cenerentole del sistema: servivano a blindare cordate di candidati, a scegliere i peggiori, a favorire scambi inconfessabili e connivenze inenarrabili. E vennero i referendum di Segni: il primo cancellò la preferenza multipla, riducendo a una la possibilità di scelta dell’elettore, il secondo referendum addirittura archiviò il sistema proporzionale e aprì all’uninominale maggioritario. E fu la seconda repubblica, figlia di quei referendum assai più di tangentopoli. Per anni di preferenze non si è più parlato, associandole a comportamenti che nel tempo sono addirittura divenuti reati: voto di scambio, traffico di influenze. Adesso un generale a capo di una sporca dozzina dice che sono la linea del Piave di una nuova credibilità della politica italiana, e – come spesso accade nel nostro Paese – tutti gli si accodano pensando che la piena é meglio surfarla che affrontarla. Evviva le preferenze di nuovo principesse, avanti con la prossima cenerentola chissà a chi toccherà.





