La strana politica, tutti sanno tutto e ancora non sappiamo come e quando si andrà a votare
Non sappiamo quando andremo a votare, non sappiamo con che sistema eleggeremo il Parlamento, non sappiamo quanti poli si presenteranno alle elezioni, non sappiamo quali saranno le alleanze, non sappiamo il candidato leader di uno dei principali schieramenti.
Insomma, non sappiamo niente di niente, eppure siamo certi che vincerà questo o quello e che quegli altri perderanno, malgrado i sondaggi – che al momento si basano sul nulla di cui sopra – segnalino una sostanziale parità tra un ancora troppo vago centrodestra e un altrettanto vago centrosinistra. Lo scrive Christian Rocca su Linkiesta.
Ma una cosa sarà votare con l’attuale legge elettorale, quindi con i collegi uninominali misti a una ripartizione proporzionale, un’altra con quella cui sta lavorando Giorgia Meloni con il premio di maggioranza.
Su Linkiesta sosteniamo che al paese, ma anche a Meloni, convenga tornare a eleggere i parlamentari proporzionalmente al numero dei voti espressi, senza alcuna correzione maggioritaria, ma al momento si tratta soltanto di un’ipotesi di scuola, anche se qualcuno comincia a pensarci seriamente.
Si discute invece molto dell’impatto del nuovo partito di Roberto Vannaccisugli equilibri della destra, ma un’eventuale lista di Futuro Nazionale dovrà raccogliere in poche settimane circa 150 mila firme divise per ciascuno dei 49 collegi plurinominali se le camere non saranno sciolte anticipatamente, un’impresa non da poco in particolare per un partito appena nato. Anche i liberaldemocratici di Luigi Marattin e Più Europa sono nelle stesse condizioni, così come le aggregazioni civiche come la lista centrista di Alessandro Onorato di cui i giornali parlano da settimane, o l’eventuale vannaccismo di sinistra di Alessandro Di Battista e altri fuoriusciti dei Cinquestelle.
Soltanto a giochi fatti si potrà capire se i poli che si scontreranno alle elezioni saranno due o tre, oppure addirittura quattro o cinque (centrodestra, Vannacci, centro, centrosinistra e Di Battista), nel qual caso il pareggio parlamentare sarebbe pressoché certo se si votasse con l’attuale legge elettorale. Ma il pareggio potrebbe arrivare anche se si votasse con il premio di maggioranza voluto da Meloni e in corso di discussione in Parlamento, perché con cinque poli in campo diminuirebbero le probabilità che uno dei cinque superi la soglia del 42 per cento che fa scattare il premio di maggioranza. Se nessuno raggiungesse il quorum, infatti, la ripartizione degli eletti diventerebbe proporzionale e aprirebbe le porte allo smantellamento delle coalizioni pre-elettorali e a nuovi scenari parlamentari.
Insomma, senza conoscere quando, come e chi si vota è grottesco prefigurare schieramenti definiti, partite chiuse e maggioranze di governo certe.
I leader politici dovrebbero raccontare che cosa intendono fare nella prossima legislatura, far circolare idee, affrontare i temi strutturali, offrire soluzioni, immaginare nuovi scenari, far sognare, costruire una visione per il futuro, anziché usare in modo contundente i sondaggi e sprecare tempo con la difesa di rigide alchimie di coalizione che potrebbero non reggere il confronto con la nuova legge elettorale e i nuovi partiti in campo. Dovrebbero studiare i dossier, occuparsi di crescita, sanità, istruzione, sicurezza, energia, difendere l’Europa, ascoltare il paese, non pavoneggiarsi nei talk show. Dovrebbero, insomma, fare politica. In fondo, è il loro mestiere.





