Arrestati i presunti autori dell’attentato al giornalista Ranucci
Ariel Piccini Warschauer.
La svolta, rapida e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, arriva all’alba. Quattro persone sono state arrestate per il grave attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha distrutto l’auto del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e della figlia, parcheggiate davanti alla sua abitazione a Pomezia. Un’operazione che conferma lo scenario più cupo ipotizzato fin dalle prime ore dagli inquirenti: l’ombra dei clan e un piano orchestrato nei dettagli. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, infatti, “il commando ha agito su commissione”.
I quattro arrestati – finiti al centro di un blitz scattato nelle prime ore del mattino – sono indagati a vario titolo per reati pesantissimi: detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. Capi d’imputazione tutti blindati dalle aggravanti di aver agito in più di cinque persone e, soprattutto, con modalità mafiose. L’esplosione di quella notte, provocata da un ordigno “potenziato” contenente circa un chilogrammo di polvere da sparo compressa, non è stata l’azione isolata di un mitomane, ma un vero e proprio atto intimidatorio di stampo mafioso.
La tesi del mandante mafioso trova ora riscontri formali nelle carte dell’inchiesta della Dda di Roma. Resta da capire chi ci sia dietro ai quattro esecutori materiali e chi abbia pagato per recapitare quel gravissimo avvertimento al giornalista, da anni sotto scorta proprio a causa delle sue inchieste sul malaffare, sul narcotraffico e sulle infiltrazioni dei clan negli appalti. Gli accertamenti tecnici dei Ris sui residui della bomba-carta e l’analisi dei passaggi di una Fiat 500 rubata – rimasta parcheggiata per un mese nei pressi della villetta a presidio del territorio – hanno permesso di chiudere il cerchio sulla logistica del commando.
“Sapevano come muoversi e conoscevano i miei spostamenti”, aveva commentato a caldo lo stesso Ranucci, ricordando come l’attentato fosse avvenuto proprio nel giorno del suo rientro a casa. Una precisione chirurgica che oggi trova spiegazione nei legami, ipotizzati dagli inquirenti, con i network criminali autoctoni e la malavita locale, capaci di agire su mandato per conto di entità ancora da individuare con certezza.
La notizia degli arresti ha immediatamente riacceso il dibattito sulla sicurezza dei cronisti d’inchiesta in Italia, dopo mesi di tensioni che avevano spinto il Viminale, lo scorso dicembre, a innalzare ulteriormente il livello di protezione per il conduttore di Rai3, portando la scorta a quattro agenti e disponendo la vigilanza dell’esercito sotto la sua abitazione. Il blitz di oggi segna un punto fermo nella ricostruzione della dinamica, ma apre il capitolo più complesso e delicato dell’indagine: dare finalmente un nome ai mandanti che hanno fatto saltare in aria l’auto di Ranucci.





