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Per molti politologi il governo Meloni è a fine corsa

Huffington Post ha intervistato giornalisti e politologi sul governo Meloni. Dopo la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere, il governo è a fine corsa. Ha esaurito lo slancio programmatico, guarda alle elezioni con l’assillo di neutralizzare il fattore Vannacci. “Il referendum ha costituito una frattura perché ha intaccato il vero cemento della maggioranza e cioè l’aura di invincibilità della presidente del Consiglio”, spiega a Huffpost Massimiliano Panarari, docente di sociologia della comunicazione politica all’Università di Modena e Reggio Emilia.

Prima del referendum anche di fronte alle fibrillazioni dei partner di maggioranza, alla premier era riconosciuto un ruolo di pivot. “Un ruolo che era anche di ombrello, cioè di protezione della tenuta complessiva dell’alleanza. Adesso Meloni è entrata in una dinamica in cui non è più re Mida che trasforma tutto in oro, cioè in consensi, tutto quello che fa. Si è aperta una smagliatura che sta diventando una faglia e cresce”.  

I casi problematici si susseguono e diventa più difficile ricomporli. Lo si è visto in diverse occasioni: in politica estera nelle relazioni con Donald Trump. Da ultimo con le dimissioni chieste da Matteo Salvini all’Ad di Fs Stefano Donnarumma. E ancora nella dinamica con l’Unione europea. “Prendiamo l’esempio dei trasporti, non è che prima non ci fossero problemi, ma ora quella stessa situazione pesa di più. Si è scoperchiato il vaso di Pandora. In termini di dinamiche tra partiti questo significa che Roberto Vannacci insidia l’elettorato leghista. È facilitato dal fatto di essere una forza di opposizione e di non essere costretta alla responsabilità di governo. Di certo siamo in un clima pre-elettorale. È difficile rispondere se in questa condizione nuova di difficoltà strutturale al governo convenga andare a votare il prima possibile o tirare alla lunga, sperando che passi la nottata”. Ci sono variabili che vanno in un senso o nell’altro.

“Gli converrebbe votare il più presto possibile – aggiunge Panarari – soprattutto perché l’altro campo non è ancora pronto, né in termini di offerta programmatica e neppure in termini di leadership. Non è ancora chiaro, in particolare, se il campo largo riuscirà ad allargare ai ceti moderati. Anticipare il voto renderebbe conclamato questo vuoto di alternativa”.

La seconda ragione attiene alla dinamica interna alla coalizione di centrodestra. “Trascinarsi al governo fino al 2027 potrebbe comportare un logoramento. C’è il rischio infatti che la crescita di Vannacci esasperi le liti interne alla maggioranza. D’altro canto, una crescita ulteriore di Futuro nazionale potrebbe portare la maggioranza a sceglierlo come un male minore. In un contesto elettorale così instabile è difficile capire le dinamiche in questo momento. Di sicuro Vannacci per Meloni è un elemento problematico fin da ora per il semplice fatto che lei è al governo e lui no. Lei non ha realizzato le tre grandi riforme. Lui può fare promesse. In un paese nuovista in cui l’ultima offerta elettorale viene premiata è una dinamica di cui tenere conto”.  

Secondo Augusto Minzolini, editorialista del Giornale, “al governo servirebbe un’idea forte, di quelle che sono radicate nella costituency del centrodestra”.  C’è stato un momento in cui Giorgia Meloni è stata tentata di andare a votare subito dopo il 23 marzo. “Da quel che mi risulta, subito dopo il referendum sulla giustizia, Meloni e gli altri leader della maggioranza hanno preso in considerazione l’ipotesi di andare alle urne subito. E tuttavia ha prevalso l’orientamento di chi diceva che bisogna arrivare almeno al 4 settembre, quando il governo potrà dire di essere il più longevo della storia. C’è tuttavia un presupposto perché questo possa accadere. E cioè che il governo trovi un’idea per durare, ad esempio una riforma in materia fiscale, che è materia cara all’elettorato di centrodestra”. Non basta sicuramente la legge elettorale.  “Assolutamente no. Anzi, il messaggio che arriva dai lavori sulla legge elettorale è che siamo a fine stagione”.

Il governo è a fine corsa per Lorenzo Castellani docente di storia delle istituzioni politiche alla Luiss di Roma e tuttavia questo non significa che si appresta al voto. “Il referendum ha chiuso la possibilità di fare riforme sostanziali nella legislatura. E tuttavia io non credo alle elezioni nel 2026. Scavalleremo il 2027 con un guizzo sulla legge elettorale e forse un provvedimento bandiera in legge di bilancio”, dice Castellani.

In aggiunta all’esito della consultazione del 22 e 23 marzo scorsi, altri elementi frenano il percorso dell’esecutivo. “Le ristrettezze economiche connesse alle tensioni internazionali. Una situazione di incertezza nelle relazioni con gli alleati storici, i vincoli che arrivano dall’Europa su diverse materie. A ben riflettere sono tutti fattori che mentre costituiscono una prova che il governo giustamente affronta con spirito di responsabilità, e non potrebbe fare altrimenti, nello stesso tempo alimentano la propaganda di Vannacci che intercetta il voto dei delusi della destra, dei supporter originari di Meloni e Salvini. Per dirla in sintesi: il governo non può governare contro l’Europa, per non danneggiare i cittadini. Vannacci può ben fare l’antieuropeista, perché non governa”. Questo non significa che tra il centrodestra e Futuro nazionale non ci siano possibilità d’intesa. “Al contrario, secondo me Meloni cercherà di tenere Vannacci dentro la coalizione. In primo luogo perché non cambierebbe la legge elettorale se non servisse ad allargare il perimetro della coalizione.  La logica del premio di maggioranza è aumentare la pesca, cercheranno di tenerselo e magari riuscire a contenerlo. E a lui potrebbe anche convenire, visto che si è presentato come partito di destra, non come un partito antisistema alternativo a tutti. Ma per fare questo serve tempo. Il tema è che sono tutte dinamiche pre-elettorali. Il governo di fatto guarda in quella direzione”.

Una realtà riflessa anche nei numeri. Emg different ha rilevato che il gradimento dell’esecutivo è al punto più basso: il 35 per cento. “La vittoria del no al referendum ha dato l’idea che il governo non sia invincibile. La spinta propulsiva del governo è a saturazione, se non in fase discendente. È chiaro che non esiste più quella luna di miele che c’era all’inizio della legislatura. Ma che questo incida o meno sulla vita del governo dipende da molti fattori, non ultimo il fatto che dall’altra parte, nel centrosinistra, non c’è ancora un perimetro definito della coalizione, né una leadership, e neppure un’idea programmatica, consolidata. L’alternanza senza alternativa è complicata”, dice l’amministratore delegato della società Fabrizio Masia.

Sulla vita dell’esecutivo pesa anche il travaso di voti a destra. L’istituto, nell’ultima rilevazione per il Tg3, registra uno spostamento di consensi da Fratelli d’Italia a Futuro nazionale. “Il partito di Meloni alle europee ha preso il 28,9 per cento. Adesso perde 3 punti, o poco meno, e sta al 26. La Lega dal 9, perde 1,5 punti. Vannacci ha il 6,6 per cento, e 5 punti percentuali arrivano dal centrodestra. Lui ha assunto un chiaro posizionamento di destra-destra. I flussi di voto arrivano un po’ di più da Fdi, qualcosa ha rosicchiato a Forza Italia, la rimanente percentuale la prende da frange del non voto che vedono nella sua leadership un elemento di novità. C’è anche una parte residuale che arriva dalle parti radicali della sinistra radicale, per un fenomeno di circolarità politica tra le estreme”. In sostanza, le rilevazioni dicono che Vannacci cresce e drena voti per l’80 per cento dal centrodestra. “Ora bisogna capire se questa crescita, favorita dalla fortissima esposizione mediatica, soprattutto social, continuerà o se invece ci sarà una ricaduta anche in funzione della data delle elezioni. Anche per questo credo che le elezioni non siano vicine. C’è una tale volatilità nell’elettorato italiano, in termini di flussi e di partecipazione che è difficile essere definitivi o apodittici. Che sia ad aprile o a ottobre del 2027, le coalizioni dovranno chiarire quale forma assumeranno prima di affrontare le urne”.

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