Ondate di calore ed eventi meteorologici estremi non sono più un’emergenza ma una costante che va contrastata con la prevenzione
Telmo Pievani scrive sul Corriere della Sera che le ondate di calore, la siccità, gli eventi meteorologici estremi e le alluvioni non rappresentano più fenomeni eccezionali, ma la nuova normalità prodotta dal riscaldamento climatico. L’autore osserva che il cambiamento in corso, alimentato dalle attività umane, ha ormai acquisito un’inerzia che non può essere arrestata nel breve periodo.
Pur riconoscendo che le attuali temperature dipendono direttamente dall’anticiclone africano, Pievani sottolinea che il riscaldamento globale rende questi fenomeni sempre più frequenti, intensi e duraturi. Per comprendere il cambiamento climatico, spiega, non bisogna concentrarsi sui singoli episodi ma sulle tendenze di lungo periodo: il Mediterraneo sempre più caldo alimenta infatti un accumulo di energia che favorisce piogge torrenziali, grandinate e alluvioni in altre aree.
Secondo l’autore, è necessario prendere atto di una condizione di vulnerabilità permanente e sostituire la logica dell’emergenza con quella della prevenzione. Le emissioni di gas serra continuano ad aumentare e la transizione energetica procede lentamente, ma resta inevitabile: più sarà rinviata, maggiori saranno i costi economici e sociali che ricadranno sulle generazioni future. Parallelamente occorre adattarsi ai nuovi scenari attraverso interventi concreti, come la riduzione del consumo di suolo, la depavimentazione delle città e l’aumento delle aree verdi, misure capaci di attenuare sensibilmente gli effetti delle isole di calore urbane. Pievani richiama anche una riflessione di Italo Calvino, secondo cui molte catastrofi definite naturali sono in realtà aggravate dalle scelte dell’uomo e dalla mancanza di prevenzione. Il riscaldamento climatico, aggiunge, colpisce tutti ma con effetti molto diversi: i Paesi più poveri, che hanno contribuito in misura minore alle emissioni, subiranno le conseguenze più pesanti, alimentando migrazioni, instabilità e conflitti. Proprio perché i disastri dipendono in larga parte dall’azione umana, conclude l’autore, esiste anche la possibilità di limitarne gli effetti attraverso politiche lungimiranti, innovazione e una maggiore capacità di adattamento.





