#CULTURA #ULTIME NOTIZIE

A che cosa serve laurearsi, le risposte a una domanda ricorrente

Massimo Carpinelli*.

C’è una domanda che ritorna puntuale, ogni anno, nei corridoi delle scuole superiori, nelle conversazioni familiari, nelle discussioni sui social: a cosa serve la laurea? La domanda è formulata spesso con tono sarcastico, come se chi la pone avesse già la risposta in tasca — e la risposta fosse: a poco. Eppure questa volta il sarcasmo porta con sé qualcosa di nuovo e di più inquietante: dati occupazionali e stipendi medi dei laureati.

Negli Stati Uniti il mercato del lavoro per i neolaureati si è deteriorato con una rapidità che ha sorpreso anche gli economisti. Nel marzo 2025 il tasso di disoccupazione dei laureati tra i 22 e i 27 anni ha raggiunto il 5,8%, contro una media nazionale del 4,2% — il divario più alto da trent’anni. Per la prima volta in quarantacinque anni, chi ha una laurea ha un tasso di disoccupazione superiore alla media della popolazione. La Federal Reserve di New York segnala un dato ancora più significativo: il tasso di occupazione dei giovani laureati è ormai praticamente identico a quello dei coetanei senza laurea. Per decenni, il diploma universitario garantiva un vantaggio netto sul mercato del lavoro. Non è più così. Le offerte su Handshake, la principale piattaforma di recruiting universitario americana, sono scese al 50% del picco toccato nel 2022. Solo il 43% dei giovani americani guarda positivamente alle proprie prospettive occupazionali, contro il 75% del 2022.

L’Economist ha condotto un’analisi originale su dieci anni di dati raccolti dalla National Association of Colleges and Employers, confrontando i destini occupazionali dei laureati in funzione del livello di esposizione del loro settore all’intelligenza artificiale. I risultati sono netti. Tra il 2022 e il 2024, i laureati nei campi meno esposti all’IA — educazione, filosofia, ingegneria civile — hanno visto il tasso di occupazione a tempo pieno scendere di soli 1,5 punti percentuali. Quelli nei campi più esposti — informatica, ingegneria informatica, scienze dell’informazione — hanno subito un calo di 6,6 punti. Aggiornando i dati per la classe del 2025, il tasso di occupazione a tempo pieno in questi ultimi campi è crollato dal 70% al 55% in tre anni: esattamente i tre anni seguiti al lancio di ChatGPT nel novembre 2022. Prima di quella data, il dato era stabile.

Gli studenti hanno già cominciato a trarre le proprie conclusioni. Le iscrizioni ai corsi di laurea in informatica negli Stati Uniti sono calate dell’11% nel 2025; quelle in programmazione del 26%. Un segnale di razionalità individuale che dovrebbe però far riflettere collettivamente: stiamo assistendo a una fuga da settori strategici proprio nel momento in cui l’economia digitale ne avrebbe più bisogno, almeno nella sua componente più creativa e di sistema.

Sul ruolo dell’IA nel determinare questa crisi il dibattito tra gli economisti è ancora aperto. Erik Brynjolfsson della Stanford University ha mostrato che il calo dell’occupazione tra i giovani lavoratori nei settori esposti all’IA era già iniziato prima di ChatGPT. Il quadro è dunque complesso: l’IA non è l’unico fattore, ma è diventata il catalizzatore di una fragilità preesistente. A rendere ancora più difficile la situazione, i sistemi di selezione basati sull’IA leggono e scartano migliaia di curricula senza alcun intervento umano, creando una barriera invisibile tra i candidati e chi dovrebbe valutarli. C’è poi una ragione più strutturale, che David Deming, economista di Harvard, riassume con chiarezza: “Le aziende trattano i neolaureati come un investimento — paghi ora e ottieni i benefici dopo. Ed è molto meno probabile che facciano questi investimenti quando l’ambiente è così incerto.” Dazi, guerre commerciali, costi energetici volatili, e ora l’IA: in questo scenario, assumere un neolaureato da formare diventa un rischio che molte imprese preferiscono non correre. Vale la pena ricordare, a questo proposito, una battuta di Pablo Picasso che suona oggi come una profezia:

“I computer sono inutili. Sanno solo dare risposte.” — Pablo Picasso

La capacità di porre le domande giuste — quella che Picasso attribuiva all’intelligenza umana — è esattamente ciò che nessun algoritmo sa fare. Ed è ciò che l’università, quando funziona bene, dovrebbe insegnare prima di ogni altra cosa.

In Italia il contesto è diverso ma non più rassicurante. I dottori di ricerca hanno tassi di occupazione nominalmente alti — intorno al 91-96% a pochi anni dal titolo — ma uno su tre lavora con un contratto a tempo determinato, e nell’università la quota di precari sfiora l’80%. Circa il 10% sceglie di lavorare all’estero, con stipendi superiori di oltre 1.500 euro netti al mese rispetto ai colleghi rimasti in Italia. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha mostrato come i salari dei laureati italiani siano inferiori a quelli tedeschi fino all’80%, sia nel pubblico che nel privato. Non è un dettaglio: è la misura di quanto il sistema non valorizzi l’istruzione che produce.

Come professore, trovo questi dati scomodi ma necessari. Non credo che la risposta giusta sia scoraggiare i giovani dall’andare all’università. La risposta è più difficile: dobbiamo smettere di raccontare la laurea come un passaporto automatico per il benessere e cominciare a chiederci — come università, come imprese, come Paese — perché il patto implicito tra istruzione e opportunità si è rotto. Il tessuto produttivo italiano, fatto in larga parte di piccole e medie imprese operanti in settori tradizionali, ha scarsa capacità di valorizzare competenze avanzate. Un ateneo senza ricerca forte non è un’università: è una scuola superiore con un titolo diverso.

Va detto, per onestà, che il quadro non è uniformemente cupo. I salari reali negli Stati Uniti sono cresciuti di oltre il 13% dal 2014, e i dati della Federal Reserve mostrano che il patrimonio netto medio dei Millennial e della Gen Z a trent’anni si avvicina ai 118.000 dollari, contro i 53.000 della Gen X alla stessa età, corretti per l’inflazione. I laureati, anche in campi esposti all’IA, guadagnano in media più dei non laureati. Il problema non è che la laurea non serva: è che non basta più da sola, e che le aspettative create intorno ad essa — occupazione immediata, stabilità, ascesa sociale — non corrispondono sempre alla realtà del mercato.

Eppure il valore dello studio non si esaurisce nel mercato del lavoro. Leonardo da Vinci lo ricordava con una semplicità disarmante:

“Il piacere più nobile è la gioia della comprensione.” — Leonardo da Vinci

Quella gioia è il motore della ricerca, della scoperta, dell’innovazione. È ciò che distingue un’università viva da un erogatore di titoli. E non è solo una questione intellettuale: l’università è anche il luogo in cui si costruiscono le amicizie più durature, si impara a vivere con gli altri, si scopre chi si è al di fuori della famiglia. Quelle relazioni — con i compagni di corso, con i professori, con chi viene da contesti diversi dal proprio — formano spesso più del curriculum stesso. E in un’epoca in cui l’IA trasforma il mercato del lavoro più velocemente di quanto le istituzioni riescano ad adattarsi, quella capacità di capire — non solo di eseguire — è più preziosa che mai. Le azioni concrete ci sono: investire in ricerca, aumentare i salari dei neolaureati, riformare i dottorati perché siano spendibili anche fuori dall’accademia, costruire un’economia capace di valorizzare la conoscenza che forma. Quello che manca, spesso, è la volontà di farle.

*Massimo Carpinelli è direttore del centro Ego di Cascina ed ex rettore dell’università di Sassari

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti