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Guerre e salute pubblica globale, il rischio che riguarda il mondo intero

Emanuele Montomoli*.

A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, una donna entra in travaglio in un ospedale che fatica a garantire elettricità e forniture essenziali. A migliaia di chilometri di distanza, in Sudan, un bambino non riceve il vaccino contro il morbillo perché il centro sanitario del suo villaggio è stato distrutto mesi prima dai combattimenti. In Ucraina, un paziente oncologico interrompe la chemioterapia dopo l’ennesimo attacco che ha lasciato senza corrente una parte della rete sanitaria. Nessuno di loro è stato colpito direttamente da una bomba, eppure stanno pagando il prezzo della guerra. Quando pensiamo a un conflitto armato, immaginiamo soldati, carri armati, missili e città devastate, ma le guerre moderne lasciano dietro di sé un’eredità molto più ampia e meno visibile. Si insinuano negli ospedali, nelle scuole, nei sistemi idrici, nelle campagne vaccinali, colpiscono chi nasce, chi si ammala, chi deve curarsi e continuano a farlo anche quando i riflettori si spostano altrove. Per questo motivo un numero crescente di medici, epidemiologi e ricercatori sostiene che la guerra non debba essere considerata soltanto una questione militare o geopolitica. Sempre più spesso viene definita come una vera emergenza sanitaria globale e c’è un aspetto che preoccupa particolarmente gli esperti: la prossima pandemia potrebbe nascere proprio in uno di quei luoghi dove la guerra ha fatto sparire ospedali, laboratori e sistemi di sorveglianza sanitaria.

Negli ultimi anni, il numero dei conflitti armati è aumentato in modo significativo. Dall’Ucraina al Sudan, da Gaza al Myanmar, passando per il Sahel e la Repubblica Democratica del Congo, milioni di persone vivono in contesti dove la violenza non è più un evento eccezionale, ma una realtà quotidiana. Quando si parla di guerra, però, i numeri dei morti e dei feriti raccontano solo una parte della storia. L’altra parte inizia quando i medici non riescono più a raggiungere gli ospedali, quando mancano gli antibiotici, quando le donne partoriscono senza assistenza, quando i bambini saltano le vaccinazioni e quando l’acqua potabile diventa un lusso. È allora che il conflitto smette di essere soltanto un problema di sicurezza e diventa un problema di salute pubblica. Per decenni esisteva almeno una convinzione condivisa: ospedali, ambulanze e personale sanitario dovevano essere protetti, oggi questa certezza si sta sgretolando. Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato oltre 1.300 attacchi contro strutture sanitarie. Significa quasi quattro attacchi al giorno, ogni giorno dell’anno. Dietro questa statistica ci sono sale operatorie distrutte, reparti evacuati, medici costretti a lavorare senza farmaci e pazienti che non ricevono cure.

In Ucraina gli attacchi alle infrastrutture sanitarie hanno superato quota tremila dall’inizio dell’invasione russa. A Gaza molte strutture ospedaliere hanno operato per mesi in condizioni estreme, tra carenza di carburante, blackout e scarsità di materiali essenziali. Le conseguenze non riguardano soltanto chi viene ferito in combattimento. Un diabetico che non trova insulina, una donna che non riesce a raggiungere una sala parto, un malato di tumore che interrompe le cure: sono tutti effetti della guerra e spesso fanno più vittime di quanto raccontino le cronache.

C’è un’altra emergenza che accompagna quasi ogni conflitto: la fame. Quando le strade diventano impraticabili, i mercati chiudono e i campi vengono abbandonati o distrutti, il cibo smette di arrivare dove serve. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, circa il 70% delle persone che soffre la fame nel mondo vive in aree interessate da guerre o violenze armate: è un dato impressionante. Significa che sette persone affamate su dieci non stanno affrontando una calamità naturale, ma le conseguenze di decisioni umane. Per i bambini, soprattutto nei primi anni di vita, la malnutrizione può lasciare segni permanenti. Non significa soltanto pesare meno del dovuto; significa crescere con un sistema immunitario più fragile, essere più vulnerabili alle infezioni e avere maggiori difficoltà nello sviluppo fisico e cognitivo, anche questa è una ferita della guerra, solo che non fa rumore.

Per gran parte del Novecento la medicina ha ottenuto risultati straordinari, malattie che per secoli avevano terrorizzato intere popolazioni sono state controllate grazie ai vaccini e ai programmi di prevenzione. Alcune sembravano destinate a scomparire, oggi, però, qualcosa sta cambiando, quando una guerra interrompe le campagne vaccinali e costringe migliaia di persone a spostarsi continuamente, virus e batteri trovano nuove occasioni per diffondersi. È così che malattie come morbillo, poliomielite, colera e difterite tornano a rappresentare una minaccia. In diverse aree del Medio Oriente e dell’Africa, operatori sanitari e organizzazioni umanitarie stanno affrontando problemi che molti pensavano appartenessero al passato. La cosa più frustrante è che gli strumenti per evitarlo esistono già, i vaccini ci sono, le conoscenze scientifiche ci sono, spesso manca soltanto la possibilità di portarli dove servono. Per un virus, una zona di guerra è il luogo ideale per sfuggire ai radar, se c’è una lezione che il Covid-19 ci ha lasciato, è che le malattie infettive non rispettano confini, passaporti o alleanze politiche. Un focolaio che nasce in una parte del mondo può raggiungerne un’altra nel giro di poche settimane, è per questo che molti esperti guardano con preoccupazione alle aree di conflitto. Quando i laboratori vengono distrutti, i sistemi di monitoraggio si fermano e gli ospedali lavorano al minimo delle loro possibilità, individuare una nuova infezione diventa molto più difficile. Per un virus, una zona di guerra è spesso il luogo perfetto per passare inosservato, può circolare per settimane, forse per mesi, senza che nessuno riesca a capire davvero cosa stia accadendo e quando viene individuato, potrebbe essere già troppo tardi per contenerlo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità la chiama “Disease X”: non è una malattia specifica, ma il nome che gli esperti hanno dato a un patogeno ancora sconosciuto che un giorno potrebbe provocare la prossima grande pandemia. Non sappiamo quale sarà, non sappiamo dove emergerà, sappiamo soltanto che il rischio esiste. Molti dei virus oggi considerati più pericolosi dagli epidemiologi condividono alcune caratteristiche: sono poco conosciuti, hanno un elevato potenziale epidemico e, in molti casi, i Paesi non dispongono ancora di vaccini o trattamenti efficaci. Nella lista figurano Ebola, Marburg, Nipah, la febbre di Lassa, la febbre emorragica Congo-Crimea e diversi hantavirus emergenti. Molti di questi agenti patogeni provengono dagli animali e quando alla pressione sugli ecosistemi si aggiungono guerre, migrazioni forzate e cambiamenti climatici, il rischio di nuovi salti di specie aumenta ulteriormente.

C’è poi una minaccia che riceve molta meno attenzione dei virus, ma che preoccupa enormemente la comunità scientifica: sono i batteri resistenti agli antibiotici. Ogni volta che un antibiotico viene utilizzato in modo improprio o incompleto, aumenta la possibilità che alcuni batteri sviluppino meccanismi di difesa. Le zone di guerra sono ambienti particolarmente favorevoli a questo fenomeno, i farmaci spesso scarseggiano, le diagnosi sono difficili, le cure vengono interrotte. Migliaia di persone vivono in condizioni di sovraffollamento, e questo è il contesto ideale per selezionare e diffondere microrganismi sempre più resistenti. Gli esperti parlano da anni dell’antibiotico-resistenza come di una pandemia lenta, quasi invisibile, ma potenzialmente devastante e anche in questo caso i conflitti rischiano di accelerarne la diffusione.

Disponiamo di tecnologie che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza, possiamo sequenziare il genoma di un virus in poche ore, possiamo sviluppare vaccini in tempi record, possiamo monitorare epidemie quasi in tempo reale. Eppure, il mondo appare più vulnerabile, ed il motivo è semplice: la tecnologia, da sola, non basta. Servono ospedali funzionanti, laboratori, medici, infermieri, reti di distribuzione, sistemi di sorveglianza epidemiologica. Servono processi certi e società stabili. Quando tutto questo viene distrutto, anche le migliori innovazioni scientifiche diventano molto meno efficaci. Perché la pace riguarda anche la nostra salute. Per anni la pace è stata raccontata come una questione diplomatica, politica o morale, oggi sta emergendo una consapevolezza diversa. La pace è anche una questione sanitaria. Le guerre non distruggono soltanto edifici o infrastrutture, distruggono decenni di investimenti in prevenzione, vaccinazioni, nutrizione e assistenza medica. Rendono più difficile individuare nuove epidemie, favoriscono la diffusione di malattie infettive, amplificano la fame e le disuguaglianze.

Dopo il Covid abbiamo capito una cosa che forse prima davamo per scontata: la salute di una persona può dipendere da eventi che accadono dall’altra parte del pianeta. Le guerre stanno creando un numero via via crescente di aree del mondo dove medici ed epidemiologi non riescono più a vedere cosa sta succedendo. Luoghi in cui un focolaio può crescere nel silenzio, lontano dai radar della comunità internazionale. In quei territori non si decide soltanto il futuro delle persone che vi abitano, si decide, almeno in parte, anche il nostro.

*Emanuele Montomoli è ordinario di Igiene e salute pubblica all’università di Siena

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