Usa-Iran, salta il vertice in Svizzera e per Trump è già un Vietnam politico
Ariel Piccini Warschauer.
Tutto rimandato a data da destinarsi. I tappeti rossi stesi sul Bürgenstock, l’esclusivo resort svizzero scelto come teatro per quella che doveva essere la “stretta di mano del secolo”, restano desolatamente vuoti. Al primo giorno utile dei sessanta previsti dal memorandum d’intesa per siglare la pace finale tra Washington e Teheran, la macchina diplomatica guidata da Donald Trump ha tirato improvvisamente il freno a mano. Il vicepresidente statunitense JD Vance, capo della delegazione americana, non è salito sull’aereo per Berna. I colloqui sono ufficialmente rinviati sine die.
Dalla Casa Bianca si affrettano a gettare acqua sul fuoco, parlando genericamente di «problemi logistici». Una formula diplomatica che inganna pochi. «La logistica di questi negoziati non è mai stata semplice né prevedibile», ha commentato un portavoce presidenziale nel tentativo di sgonfiare il caso. Ma la realtà che filtra dai corridoi di Washington è ben diversa e racconta di un’amministrazione sotto assedio, stretta tra i veti incrociati del Medioriente e una feroce rivolta politica interna.
Dietro il dietrofront di Vance pesano le ombre di una geopolitica che non fa sconti. Teheran, per bocca della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha fatto sapere che l’ok ai colloqui diretti «non significa accettare le posizioni del nemico», mentre le continue tensioni nel sud del Libano – con il governo iraniano che accusa Israele di violare la tregua – hanno reso il terreno troppo scivoloso per un debutto svizzero.
Ma il vero Vietnam, per Trump, è in patria. Il memorandum siglato per via elettronica con il presidente iraniano Massoud Pezeshkian contiene infatti pillole avvelenate che l’opposizione democratica (e parte dello stesso apparato repubblicano) non ha alcuna intenzione di ingoiare. Sul tavolo c’è il famigerato piano internazionale da almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran, che dovrebbe essere finanziato in gran parte dagli Stati Uniti e dai partner regionali in cambio della promessa (l’ennesima) di Teheran di non sviluppare armi atomiche e di garantire il libero transito nello Stretto di Hormuz.
Apriti cielo. I democratici sono passati all’attacco frontale. Il leader dem Chuck Schumer ha liquidato l’intera operazione con una battuta al vetriolo che ribalta il celebre bestseller del tycoon: «Questa non è l’arte del deal, questa è l’arte della resa». L’accusa formale a Trump è quella di voler finanziare con i soldi dei contribuenti americani il regime degli Ayatollah, senza reali garanzie sul controllo dell’uranio arricchito.
Mentre Berna e il Ministero degli Esteri svizzero si dicono «pronti a riattivare i canali in qualsiasi momento», la sensazione a Washington è che lo stop sine die sia il sintomo di una paralisi più profonda. Il countdown dei 60 giorni è iniziato, ma la strada per il Bürgenstock non è mai stata così lunga e impervia. E il rischio, per la Casa Bianca, è che il grande accordo si trasformi in un clamoroso autogol diplomatico.





