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La storia della lana e il garbo lucchese

Roberto Pizzi.

Nei secoli preindustriali i tessuti sono stati fra i beni più mobili nel mondo,  e non hanno mai  smesso di trasferirsi, insediandosi nelle nuove regioni. Per mantenere un minimo  di redditività, con la crisi della produzione di seta, l’industria tessile aveva dovuto allargare i propri orizzonti alla produzione dei  cosiddetti “pannilana”. A livello globale l’Europa era carente di lana, di cotone, di seta; la Cina era sprovvista di cotone; l’India e l’Islam, di lana leggera; l’Africa nera comprava stoffe straniere sulle sponde dell’Atlantico o dell’Oceano Indiano a prezzo d’oro o di schiavi, secondo il modello dei popoli poveri di allora. Fra i secoli XV e  XVIII esisteva una certa stabilità delle zone di produzione di un’area che ricopriva il Mediterraneo, l’Europa, l’India settentrionale, la parte gelida del nord della Cina. La lana troverà, poi, la propria terra di elezione in Australia, nel secolo XIX .Un tentativo per ritornare all’antico splendore industriale avvenne anche da parte delle fabbriche lucchesi con la lavorazione dei “pannilana”, ricordati nei documenti del secolo XIII come prodotti di una manifattura diffusa e redditizia, e nello stesso Statuto cittadino del 1308 nelle qualità più pregiate dei famosi “Panni di Garbo”, perché fatti ad imitazione di quelli provenienti dall’Algarvia (Algarve), regione meridionale del Portogallo. Il nome, volgarizzato anche dal Boccaccio, narrando del re del Garbo (Decameron, Seconda giornata – Novella settima), fece credere che fosse derivato da una famiglia lucchese, così chiamata perché esercitava l’arte della lana.   Per estensione, poi, il termine “garbo” fu usato per indicare persone gradevoli, educate e di buone maniere, in contrapposizione a quelle incivili o malvestite. Tant’è che  un detto comune recitava: “Vai a Lucca e impara il garbo”, che non significava solo la capacità lucchese di insegnare  le buone maniere, ma accennava anche, con una certa presunzione non del tutto tramontata (nonostante l’innegabile decadimento attuale dei costumi),  ad una immaginaria superiorità antropologica. Ci si illudeva, più o meno in buona fede, di godere di speciali deroghe all’antica rappresentazione umana, che rendessero immune la nostra città dalle malversazioni, dalla violenza, o dai vizi più o meno spregevoli.  La lana, comunque,  s’introduceva sui nostri mercati  dalle più lontane regioni ed aveva, come la seta, svariati nomi: “lana di Bugia” e “lunga d’Inghilterra”; “lana ligia pellaria e lana liscia di garbo, sardesca, francesca e agnellina nitida”, le quali tutte, dopo la filatura, passavano alla tintoria, dove venivano usati gli stessi colori per tingere le sete, ma meno raffinati. La lana, una volta tessuta, era follata, cioè bagnata, incorporata e fissata in un edificio chiamato “il folle”, dove il panno era premuto con ordigni a rullo di legno, mossi dalla forza idraulica. Dopo la follatura seguivano la tiratura e la cimatura dei panni; un’ulteriore fase della lavorazione consisteva nel taglio del pelo al panno, per dargli lucentezza. I manufatti, secondo la qualità della lana, avevano vari nomi, dai più pregevoli “stampforti” importati da Stampford, dai “giambellotti” lucenti e soffici come il pelo del cammello; a “panni franceschi” a somiglianza di quelli provenienti dalla Provenza, e anche “frateschi” per vestire i religiosi, o semplicemente “lucchesini”,  nome col quale si indicavano le  coperte per il letto. L’arte della lana non raggiunse mai in Lucca lo splendore che ebbe in Firenze, essendo stata quasi tutta l’attività manuale rivolta all’industria più lucrosa della seta. Già nel 1382 il Consiglio Generale della Repubblica, avvertendo il decadimento, concesse privilegi ai forestieri che fossero venuti ad esercitare il lanificio in città. Fra questi, vi fu il fiorentino Michele di Lando, capo del tumulto dei Ciompi, che riparò clandestinamente a Lucca, dove trovò lavoro nell’arte della lana, per  sfuggire alle condanne della sua città . Che il settore fosse, comunque, gravato da molti problemi economici, viene dimostrato anche dal tentativo fatto dai maestri lanaioli, l’11 settembre 1393, che si riunirono  nella chiesa di S. Michele in Foro, dove nominarono i loro procuratori per fare fronte comune ai problemi dell’arte da loro esercitata.

Decadenza che non si arrestò neppure coi vari privilegi concessi da Paolo Guinigi e rinnovati poi dalla restaurata Repubblica.  Divieti  di importare prodotti forestieri e di esportare la lana greggia, prestiti a bassi tassi, concessioni gratuite di fabbricati e altre sovvenzioni, non servirono a vincere la concorrenza di quelle città che producevano lane meno pregevoli, ma più economiche e di più facile e diffusa vendita, quali Firenze e Prato. Quest’ultima sarebbe divenuta, nel tempo, “la capitale degli stracci”  come scriveva Curzio Malaparte in Maledetti toscani, dove andava a finire tutto:“…la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo”.

Nel 1732 Lucca concesse il monopolio allo Spedale della Carità, o Quarconia. Tale istituto offrì lavoro ai disoccupati, detti allora vagabondi, ma con scarso successo  tanto che la Repubblica affittò l’impresa della lana ad una società di Girolamo Matteo Sesti e Gaetano Pelzer, dal 1752 al 1762. 

La società  di Francesco Burlamacchi e Donato Donati (1835), già commercianti di sete all’ingrosso,  estendeva poi la produzione, oltre che ai pannilana, ai berretti di lana alla levantina, la cui lavorazione avveniva parzialmente a domicilio, da parte di mano d’opera femminile. Numerosi telai erano sparsi nelle case di contadini che cercavano di incrementare i loro scarsi redditi. Questo  metodo di produzione basato sul lavoro a domicilio si era fatto  strada in Europa, sin dal secolo XIII. Nella storia economica pre-industriale si coniò l’espressione di Verlagssiystem o Verlagswesen, due parole fra loro corrispondenti create e imposte involontariamente dalla storiografia tedesca a tutti gli studiosi della materia. Il termine equivale all’inglese putting out system ed al francese travail à domicile o à ƒaçon e indicava un’organizzazione della produzione in cui il mercante era anche datore di lavoro che anticipava all’artigiano la materia prima e parte del suo salario, riservandosi di pagare il resto alla consegna del prodotto finito.

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