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Sechi imita Trump e va all’attacco del papa più concentrato sull’aldiqua più che sulle questioni ultime della fede

Il direttore Mario Sechi su Libero scrive Donald Trump starebbe cercando di chiudere la crisi con l’Iran attraverso una tregua temporanea seguita da un negoziato, ma il vero problema resterebbe l’inaffidabilità strategica di Teheran, che dalla rivoluzione khomeinista avrebbe sempre tradito gli accordi sottoscritti. L’autore guarda con scetticismo alla possibile “pax islamista” tra Iran e Pakistan, sostenendo che dietro ogni intesa esista un obiettivo nascosto che gli Stati Uniti non riescono a cogliere fino in fondo. Secondo Sechi, Washington continua a comportarsi come un “impero riluttante”, interessato soprattutto a chiudere rapidamente i conflitti per “tornare a casa”, mentre solo Israele avrebbe sviluppato, attraverso la propria storia millenaria, la capacità di leggere la dimensione permanente della guerra nel mondo islamico. Per questo, sostiene, il nodo decisivo non è il petrolio o lo Stretto di Hormuz, ma l’uranio e la prospettiva di un Iran dotato dell’arma nucleare, vista come lo strumento che potrebbe rendere possibile la distruzione di Israele. L’autore richiama esplicitamente la teoria dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington e descrive gli Stati Uniti come l’ultimo “katéchon”, cioè la forza capace di trattenere il caos e impedire il collasso dell’ordine mondiale, riprendendo un’immagine della seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi e della riflessione di Agostino d’Ippona sull’Impero romano. Sechi contrappone questa visione alla Chiesa contemporanea, accusata di avere abbandonato la tradizione della “guerra giusta” e di avere trasformato il cristianesimo in un messaggio genericamente pacifista e privo di profondità teologica. Richiama Giovanni Paolo II, che parlava apertamente del male e del Diavolo, contrapponendolo a una Chiesa che oggi, a suo giudizio, sostituisce la preghiera con slogan sulla pace e appare prevedibile perfino nei suoi documenti ufficiali. L’uscita di una nuova enciclica sull’intelligenza artificiale viene così interpretata come il segno di una Chiesa concentrata sull’aldiqua più che sulle questioni ultime della fede.

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