La politica estera di Trump accelera il declino della credibilità internazionale degli Stati Uniti
Per Paolo Garimberti su La Repubblica la politica estera di Donald Trump sta accelerando il declino della credibilità internazionale degli Stati Uniti. L’autore ricorda le promesse fatte da Trump prima di tornare alla Casa Bianca — dalla fine della guerra in Ucraina in ventiquattro ore alla “resa incondizionata” dell’Iran — contrapponendole alla realtà di conflitti ancora aperti e di accordi incompleti. Mentre la Russia intensifica gli attacchi su Kiev e Teheran non appare affatto piegata, Trump continua a presentarsi come uomo di pace e candidato al Nobel, pur avendo assunto posizioni aggressive verso Iran, Venezuela e Groenlandia. Garimberti descrive il presidente americano come un leader che tratta gli alleati come avversari, mettendo in discussione la Nato, e si mostra invece accomodante con rivali storici come la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin. Richiamando il Vietnam e la guerra in Iraq, l’autore sostiene che gli Stati Uniti continuino a confondere superiorità militare e capacità di imporre la propria volontà politica. Ma ciò che renderebbe unica la fase attuale è il danno arrecato da Trump alla leadership morale e politica dell’Occidente. Nessun presidente prima di lui, osserva Garimberti, aveva messo in discussione con tanta radicalità il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra e il loro “soft power”, cioè la capacità di attrazione esercitata sul resto del mondo. Viene citato anche Francis Fukuyama, secondo cui non c’era mai stato un momento in cui l’America fosse considerata tanto inaffidabile sia dagli amici sia dagli avversari. Garimberti richiama infine il paragone avanzato dal New York Times con la crisi di Suez del 1956, che segnòil declino britannico: la guerra con l’Iran potrebbe rappresentare per gli Stati Uniti un passaggio simile. La recente visita di Trump a Pechino avrebbe mostrato inoltre come la Cina si senta ormai sullo stesso piano degli Stati Uniti, soprattutto sulla questione di Taiwan, dove Trump avrebbe evitato qualunque risposta diretta alle pressioni di Xi Jinping.





