Viaggiatore in America Latina e generoso filantropo: Adamo Lucchesi
Luciano Luciani.
Raccontano di lui che, diffusasi a Lucca la notizia dei fatti di Porta Pia e della fine del potere temporale
dei papi, insieme a un numeroso gruppo di giovani e adolescenti suoi coetanei sia salito in cima del
campanile della chiesa di San Michele in Foro, nel centro della città toscana, per celebrare col suono di
quelle campane Roma finalmente italiana. Manifestazioni simili ebbero luogo più o meno in tutta la
penisola: quello che sorprende in questa storia minore è che una manifestazione del genere sia avvenuta
anche nella cattolicissima Lucca e che a quella patriottica cagnara abbia partecipato anche lui, Adamo
Lucchesi, che da ben un lustro frequentava il seminario arcivescovile con esiti, per la verità, di anno in
anno via via, sempre meno brillanti. Una bravata, quell’adesione un po’ sgangherata e beffarda alle
vicende nazionali, che per il ragazzotto quindicenne della Pieve dei Monti di Villa significò la fine dei
severi studi classici e religiosi e l’inizio di una fase del tutto nuova nella sua esistenza di giovanissimo
agitatore filo repubblicano. Infatti, nella primavera inoltrata dell’anno successivo, eccolo a bordo di una
nave a vapore l’“Italo Platense” che dopo oltre un mese di viaggio lo lascia a Buenos Aires, capitale di
quell’Eldorado argentino che già cominciava a esercitare un’attrazione formidabile nei confronti di
tanti artigiani e contadini italiani in cerca di un destino migliore di quello che la loro recentissima patria
sembrava in grado di garantire.
Certo, il nostro imberbe viaggiatore, al di là di un’infarinatura di studi classici interrotti al termine del
ginnasio, non sembra poter vantare abilità e competenze particolari per partecipare con un ruolo
significativo alla “rivoluzione nella pampa”, ovvero la trasformazione in senso moderno del grande
paese latinoamericano, tant’è che di lì a poco lo ritroviamo mozzo sul “Fazio”, un brigantino adibito
alla navigazione fluviale. Risaliva, infatti, due ampi corsi d’acqua, il Rio Paranà e l’Uruguay
dall’estuario del Rio della Plata fin dove i fiumi risultavano navigabili. Umili le sue mansioni: tenere
pulita la coperta, provvedere alla posa dei cavi d’ormeggio, curare il carico e lo scarico delle merci… A
questi compiti, considerato che il padrone del battello era analfabeta, si aggiungeva anche il compito di
addetto alla tenuta e all’aggiornamento dei libri di bordo: un’attività in cui, immaginiamo, la pratica
scolastica ginnasiale e seminariale lo abbia bellamente sostenuto e reso indispensabile.
Ci si potrebbe chiedere perché proprio l’Argentina entri nei programmi del giovanissimo Adamo e le
risposte non sono né facili né univoche. Agiscono su di lui, immaginiamo, questioni complesse.
Innanzitutto lo spirito del tempo che indirizzava verso una conoscenza ottenuta attraverso l’esperienza
concreta, le scienze empiriche e sperimentali; poi, un clima eroico che non aveva trovato del tutto
soddisfazione nella recentissima vicenda risorgimentale e che tenne desta per alcuni anni una diaspora
tricolore nutrita di spirito d’avventura e di un’ansia d’affermazione di un’Italia forte e rispettata nel
mondo. Senza dimenticare che la terra d’origine del Lucchesi corrispondeva a un’area della Toscana, la
val di Lima, i cui abitanti da tempo erano soliti cercare miglior fortuna emigrando in Europa e nelle due
Americhe per praticare la difficile arte della produzione e commercializzazione della figurina di gesso.
Un forte polo attrattivo era poi rappresentato dalla numerosa comunità italiana rioplatense, di origine
prevalentemente ligure ma non solo, già ben strutturata e positivamente inserita nel mondo delle attività
produttive, dei commerci e degli affari. Non meravigli più di tanto, quindi, la scelta di Adamo di
dirigersi proprio verso quell’area del mondo presentata come pronta ad accogliere manodopera europea
giovane, in buona salute e disponibile al lavoro, alla fatica e alle dure prove di un ambiente ancora per
tanti versi ostile. L’esperienza di marinaio fluviale è però destinata a durare poco. Un paio d’anni e
ritroviamo Adamo nei panni dell’esploratore. Impegnato nella ricerca dell’“oro verde” rappresentato
dalla yerba, una pianta, l’Ilex paraguayensis, dalle cui foglie, fatte seccare e sminuzzate, si prepara un
infuso simile al the dalle spiccate proprietà energizzanti: una bevanda assai diffusa in tutto il Cono sud
dell’America Latina, dal Brasile all’Argentina, dal Cile all’Uruguay e Paraguay. A muovere il giovanetoscano un mix di idealità umanitarie, l’ansia di conoscere e la ricerca di prodotti – dalla yerba al
legname – spendibili sui mercati italiani ed europei con cui realizzare traffici proficui e buoni affari.
Si apre una nuova fase nell’esistenza di Adamo, quella destinata ad accompagnarlo sino all’età matura:
gli anni delle esplorazioni nei territori tropicali del continente sudamericano compresi tra Bolivia e
Paraguay, Argentina e Brasile. In quest’area interna Lucchesi intraprenderà spedizioni esplorative che
attraverso la foresta lo porteranno sino alle rapide dell’Iguazù (1876) e a quelle dell’Acaray (1877)
dove in un naufragio disastroso il Nostro rischia di rimetterci la vita. Nel 1882 Lucchesi percorre il
bacino dell’Itambemy, affluente di destra del Rio Paranà, e tra l’autunno ‘84 e l’inverno ’85 tocca il
salto Guayra e nel 1887 batte la regione del Chaco paraguayano, vasta come un quarto dell’Italia.
Memorabile l’impresa che lo porta a piantare il tricolore in prossimità della cascata Guayrà insieme al
capitano di Marina Giacomo Bove (1852 – 1887), membro onorario della Società Geografica Italiana,
uno degli esploratori italiani più famosi del tempo: nelle sue intenzioni il progetto di una
colonizzazione italiana del territorio di Misiones, non accolto dalle autorità italiane.
Nel 1906, ben provvisto di mezzi economici, Lucchesi torna in Italia nel suo paese d’origine,
raccogliendo però una serie di delusioni. Visto dai parenti e paesani come un ricco “zio d’America” va
incontro a una serie di delusioni familiari e non solo. Anche il progetto di dotare il suo territorio
d’origine di una scuola professionale – costruita e finanziata a sue spese – per la formazione
professionale dei giovani intenzionati a emigrare – incontra solo l’opacità delle strutture
amministrative e scolastiche locali. Lucchesi è costretto a chiuderla e a devolvere case e terreni alla Pia
Casa di Lucca.
Frustrato nella sua generosità di filantropo si trasferisce a Viareggio dove muore nel 1940 non senza
aver dato alle stampe un suo libro di memorie dei tempi eroici Nell’America del sud- Alto Paranà e
Chaco, Bemporad Firenze, 1936, oggi difficilmente reperibile.
(*) Per ulteriori approfondimenti sul personaggio si segnala anche l’articolo pubblicato su
“Sfogliamo.eu”, il 24 febbraio scorso: La generosità dell’esploratore Adamo Lucchesi e dello scultore
Francesco Petroni.





