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Il guano fonte di una nuova e inopinata ricchezza?

Luciano Luciani.

Voci sempre più insistenti di straordinarie, incredibili ricchezze concentrate nella regione del mitico Eldorado – là dove un tempo gli Incas avevano dato vita alla loro raffinata civiltà – cominciarono a circolare in Europa negli ultimi anni del potere napoleonico: sia pure geograficamente remote erano a disposizione di quanti avessero la volontà e la determinazione di appropriarsene. Banditore di questo nuovo miraggio di opulenza che rimbalzava, dilatandosi da una capitale all’altra del vecchio continente, da una “Gazzetta” a un “Monitore”, fu il naturalista e geografo tedesco Alexander von Humboldt (1769 – 1859) che nel suo monumentale Viaggio nelle regioni equinoziali del nuovo continente, trentacinque volumi pubblicati tra il 1805 e il 1813, dava notizia di un terriccio orrendamente fetido ma dalle stupefacenti proprietà fertilizzanti, capace di rendere di nuovo generosamente feraci gli estenuati terreni agricoli di un’Europa sempre più popolata.

Infatti, il contemporaneo formidabile processo economico e sociale che va sotto il nome di “rivoluzione industriale” aveva moltiplicato nello stesso tempo tanto i manufatti quanto le bocche da sfamare, mentre diminuivano le aree destinate alle colture. Le ricorrenti rivolte contadine e i violenti movimenti luddisti  rappresentavano l’inquietante segnale d’allarme di una situazione sociale che andava progressivamente degradando e che non poteva essere governata ancora a lungo dalla tradizionale miscela di repressione e paternalismo. L’Europa aveva l’assoluta necessità di industrializzare anche l’agricoltura, di aumentarne la produttività, pena l’arresto dello stesso sviluppo industriale che minacciava di crollare divorando se stesso, vittima dei proletariati urbani in crescita numerica accelerata in tutto l’occidente e sempre più affamati. Come uscire dal dilemma rappresentato dagli spettri della carestia e della rivoluzione da una parte e dalle severe astinenze propagandate in quegli anni dal reverendo Malthus? Bisognava ottenere di più, molto di più dai terreni agricoli garantendo una più rapida rotazione dei campi coltivati. 

La salvezza venuta da lontano.

La  salvezza   giunge  da  lontano,  e   si  presenta male… soprattutto all’olfatto. Gli indigeni, che ne conoscono e utilizzano da sempre le virtù fertilizzanti, lo chiamano guano: è un prodotto fosfatico che derivava dall’accumulo delle deiezioni e dei resti di uccelli marini come i cormorani, gli alcatras, i pellicani… Da quegli enormi ammassi di decine e decine di metri di spessore, stratificatisi nel corso dei secoli sulle rocce dell’Isle del Norte, del Sur e del Medio, le peruviane Isole del Guano a nemmeno 15 km. dalla costa, derivarono alcune importanti conseguenze economiche e sociali sia per il nuovo stato peruviano, sia per la vecchia Europa:  da una parte alcuni decenni di prosperità economica e l’accelerata modernizzazione del paese sudamericano da poco emerso all’indipendenza nazionale dopo secoli di soggezione coloniale alla Spagna, dall’altra un decisivo rilancio dell’agricoltura europea che grazie al guano riuscì a produrre di più e con meno fatica, smentendo le funeste profezie di Malthus.

Così Antonello Gerbi, insigne americanista, nel suo splendido Il Perù Una storia sociale, Milano, 1994 descrive la genesi tutta naturale di quella insperata, incredibile e fetida risorsa: “ Quantità enormi di sostanza organica, come assorbite in un vortice biologico incessante, passavano giorno per giorno dalle forme più elementari di vita sottomarina a quelle superiori, e da queste al ventre dei guanayos,per poi depositarsi e accumularsi sulle isole rocciose, in strati biancastri uniformi, che alla vista fanno paradossalmente pensare a cime di nevi eterne affioranti all’onda tropicale…Da secoli funzionava questa straordinaria officina chimica coi suoi tre stadi di lavorazione. E i suoi prodotti si ammucchiavano, come stocks invenduti, sino a render difficile la nidificazione e l’abitazione degli stessi produttori. Agli uomini d’Europa stava  per  scarseggiar  la  terra per alimentarsi. Agli uccelli del Perù, quasi mancava lo spazio fisico per poggiare e riposarsi. Da due insufficienze… nacque una nuova abbondanza”. 

Camillo Cavour apprezza il guano.

Il celebre chimico tedesco dell’università di Giessen, Justus von Liebig (1803-1873), a cui proprio von Humboldt aveva aperto le porte del mondo scientifico, ne realizzò una puntuale analisi chimica e scoprì che un quintale di guano conteneva sostanze minerali sufficienti a produrre 25 quintali di cereali. La notizia che 600 kg. di quel concime possedevano il valore fertilizzante di 44 tonnellate di letame di stalla sbalordì gli agricoltori europei. In Italia, il conte di Cavour, alla vigilia della sua straordinaria ed avventurosa vicenda politica, da quel proprietario terriero avvertito ed aperto ad ogni innovazione qual era, lo usava nella sua tenuta di Leri, vicino a Torino, nel Vercellese: mille e duecento ettari coltivati a grano, riso, mais, foraggi, asparagi… La questione della fertilità dei suoi terreni rappresentava una delle priorità del futuro tessitore dell’unità italiana – “sempre alzato avanti l’alba per esaminare i suoi conti, combinare i dettagli di qualche miglioria, sorvegliare lo sballamento di qualche nuova macchina e occupare i momenti che per altri sarebbero stati perduti, con qualche poderoso libro italiano, francese o inglese d’agricoltura, d’economia o di storia” – e non pochi tipi di concime furono sperimentati nelle sue tenute. Dopo i cenci macerati della lana anche Cavour si convertì al guano. Così l’uomo politico piemontese, in data 1 gennaio 1851 quando era ancora soltanto ministro della Marina, Agricoltura e Commercio, scriveva a Giuseppe Canevaro, il maggior importatore di guano per il  regno di Sardegna: “ Illustrissimo Signore… Avendo adoperato da molti anni questo prezioso concime sulle proprie mie terre, e fattolo adoperare da molti miei amici, io posso apprezzare tutta l’utilità che tornerebbe al nostro paese dallo stabilimento del commercio diretto del guano fra il Perù e Genova… Dacché ho introdotto l’uso del guano, questo andò estendendosi al punto che nell’anno scorso i soli proprietari del Vercellese ne incettarono per mezzo mio circa 500 tonnellate. Quest’anno non se ne trova a Genova di qualità sicura e a prezzi discreti, ma se ve ne fosse certamente 1000 tonnellate sarebbero prontamente vendute…(Lessona, Volere è potere, 1869)

Il guano non solo restituiva ai terreni stanchi gli elementi sottratti dalle colture intensive –  in modo particolare le dotazioni fosforiche –  ma ne accresceva le capacità di produzione permettendo all’agricoltura di fare fronte ai crescenti bisogni alimentari delle popolazioni europee. Eppure, queste sue straordinarie potenzialità erano state per secoli misconosciute dalla cultura scientifica del vecchio continente. Mentre gli Incas ne conoscevano ed apprezzavano le virtù al punto da assicurare una severa protezione degli uccelli guanayos, gli spagnoli dispersero questi antichi saperi limitandosi a un utilizzo saltuario e occasionale del guano che però non fu mai abbandonato del tutto durante l’età coloniale. E se alla fine del Cinquecento c’era in Arica, l’ampio golfo a sud di Lima, un italiano che ne faceva commercio con la sua fregata, gli agricoltori spagnoli di età coloniale ne rifiutavano l’uso per il puzzo e non era raro che per lo stesso motivo gli scaricatori dei principali porti europei preferissero gettare in mare carichi di guano  piuttosto che sbarcarlo.

Il guano fonte di una nuova e inopinata ricchezza?

La tregua appesa a un filo, Bibi

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