La tregua appesa a un filo, Bibi non arretra e Donald vede il traguardo con l’Iran
Ariel Piccini Warschauer.
Il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah è ufficialmente iniziato, ma definirlo una “pace” sarebbe un errore di prospettiva. È, semmai, una vittoria militare tattica che lo Stato ebraico intende proteggere con le unghie e con i denti. Mentre il Libano accusa Gerusalemme di aver già violato i patti, l’esercito di Tel Aviv chiarisce che non ci sarà alcun “liberi tutti”: il confine non è una porta girevole e la sicurezza dei cittadini israeliani viene prima di ogni forma di burocrazia diplomatica.
L’ordine dell’Idf è perentorio: i civili libanesi devono restare a nord del fiume Litani. Non è un capriccio, ma una necessità vitale. Per anni Hezbollah ha utilizzato i villaggi del sud come santuari del terrore, scavando tunnel e posizionando missili tra le case dei civili sotto il naso dei caschi blu a guida italiana. Netanyahu lo ha ribadito senza giri di parole: questa è una “opportunità storica”, ma Israele mantiene la “piena libertà di azione”. Se una sola milizia, da Hamas ad Hezbollah alla Jihad islamica, proverà a riarmarsi o a varcare la linea rossa, i caccia con la stella di Davide torneranno a colpire duramente.
A dare la benedizione politica a questa nuova fase è Donald Trump. Dalla Florida, il Presidente americano osserva con soddisfazione il crollo del “ventre molle” del terrorismo mediorientale. Secondo il tycoon, la strategia di pressione massima contro l’Iran radicale sta andando “a gonfie vele” (swimmingly).
Per Trump non si tratta solo di fermare i razzi in Libano, ma di tagliare la testa al serpente: Teheran. La sua visione è pragmatica: indebolire Hezbollah significa svuotare le casse dei pasdaran e costringere l’Iran a una resa che i democratici con i loro accordi diplomatici con Teheran, non sono mai riusciti a ottenere nei loro anni di timidezze diplomatiche. Se il conflitto regionale sta volgendo a favore dell’Occidente, suggerisce The Donald, è perché la deterrenza è tornata a essere credibile.
Nonostante i colpi durissimi subiti dalla catena di comando di Hezbollah, l’Iran prova a salvare la faccia. Il comandante delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) ha parlato di un cessate il fuoco che “sancisce la vittoria della resistenza”. Una narrazione che somiglia molto a un castello di carte: con i leader eliminati e l’arsenale dimezzato, la “vittoria” di Teheran sembra più che altro un disperato tentativo di evitare il collasso interno.
Il governo Netanyahu ha incassato un risultato fondamentale: aver separato il fronte libanese da quello di Gaza, isolando Hamas. Ora la sfida si sposta sul monitoraggio. Israele non si fida delle promesse di Beirut, un governo ostaggio delle milizie sciite, e conta sull’appoggio della nuova amministrazione americana per garantire che il Libano meridionale non torni a essere una rampa di lancio verso la Galilea.
Il messaggio che arriva da Gerusalemme e Washington è chiaro: la tregua durerà solo finché Hezbollah resterà nell’ombra. In caso contrario, il “successo” di cui parla Trump si trasformerà in una nuova, definitiva lezione per chiunque osi sfidare la stabilità della regione.




